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Uno studente pakistano ha ucciso (martedì 22 gennaio) a colpi di pistola il preside della sua scuola a Charsadda (29 chilometri da Peshawar). Sembra che il ragazzo sia andato su tutte le furie dopo aver scoperto che il proprio professore l’aveva segnato come “assente” durante le giornate di protesta verificatesi in Pakistan lo scorso novembre.

In quei giorni la capitale Islamabad rimase completamente isolata a causa dei manifestanti che ne avevano bloccato le principali arterie protestando contro il governo. La causa delle proteste era nata in seguito a una proposta di riforma della legge elettorale in cui, nel giuramento richiesto ai parlamentari eletti, era stato omesso ogni riferimento al Profeta Muhammad. Quella della protesta era dunque una causa “santa” per Faheem Ashraf, il giovane studente della scuola islamica. Una causa per la quale si era detto pronto a morire, e ad uccidere: “Mi è stato insegnato di non avere paura di niente per le questioni che riguardano Allah. Ammetto l’omicidio e dichiaro di esserne il responsabile”. Così si è espresso sui social il giovane killer che non ha esitato a fare fuoco contro il proprio preside definito “infedele”. Poco importava ad Ashraf che Sareer Ahmed, oltre che preside della scuola, fosse uno studioso del Corano riconosciuto in tutto il Paese e il direttore di uno dei più prestigiosi master di studi islamici di tutto il Pakistan a Peshawar.

L’omicidio è avvenuto in un clima caratterizzato da forti tensioni politiche in un Pakistan proiettato verso le elezioni generali del prossimo Luglio. Un numero spropositato di partiti (circa 350!) ha deciso di partecipare alla prossima tornata elettorale. Di questi, soltanto 38 hanno già avuto il via alla candidatura dalla Commissione Elettorale.

Dopo l’uscita di scena dell’ex Premier Nawaz Sharif, travolto dagli scandali dei Panama Papers, la forza del partito di maggioranza (la Lega Nazionale del Pakistan) sembra decisamente ridimensionata. Per questa ragione l’agone politico si è fatto ultimamente sempre più agguerrito. Chi riuscirà a raccogliere l’eredità dello storico partito della destra liberale, lacerato da scissioni personalistiche e scandali finanziari, avrà in mano le chiavi di un paese estremamente importante dal punto di vista Geopolitico.

Tre sono i principali partiti “laici” (il virgolettato è d’obbligo quando si parla di Pakistan) di opposizione: il Partito Popolare Pakistano, il Partito Nazionale Unito (Muttahida Qaumi) e il PTI (Movimento per la Giustizia).

Alla guida del primo di questi c’è il figlio della storica primo ministro Benazir Bhutto, assassinata dai talebani nel 2007. Nelle ultime elezioni del 2013 il partito di orientamento socialista aveva subito un tracollo inaspettato, ma sembra destinato a tornare agli antichi fasti sotto la guida del giovanissimo Bilawal Bhutto, il cui programma prevede una lotta senza quartiere al terrorismo e all’integralismo religioso di cui il Pakistan è stato spesso e volentieri un incosciente protettore.

Strenuo oppositore dell’islamismo è anche Altaf Hussain che insieme al Partito Nazionale Unito (MQM) rappresenta la sinistra più estrema nel Paese. Tornato in patria dopo 24 anni di esilio a Londra, Hussain ha nella città di Karachi la sua roccaforte. Il suo elettorato è prevalentemente composta da quelli che in Pakistan vengono definiti muhajir: i discendenti di quei musulmani che si trasferirono in Pakistan dall’India dopo la divisione dei due paesi nel 1947. Fino ad oggi sono sempre stati emarginati dal resto della società senza che nessun governo facesse qualcosa per migliorare la loro situazione. Altaf Hussain è accusato dai suoi avversari di aver sobillato numerose rivolte di piazza sfociate spesso in episodi di guerriglia urbana. L’MQM rimane comunque il partito maggiormente perseguitato dall’establishment Pakistano. Si pensa che più di 1.500 iscritti siano stati incarcerati, 66 aderenti al partito sono stati uccisi da killer mai identificati e spesso in combutta coi servizi segreti e 125 sono scomparsi. Le tv  pakistane, nel frattempo, hanno censurato i manifesti con il volto di Hussain, bandito dagli schermi dall’anno scorso.

Chi è dato in vertiginosa crescita, soprattutto tra le giovani generazioni, è invece il Movimento per la Giustizia (PTI). Posizionatosi al secondo posto nella tornata elettorale del 2013, il partito (centrista nazionalista) è guidato dall’ex capitano della nazionale di cricket Imran Khan. Non a caso il simbolo della formazione politica è proprio una mazza da cricket in campo verde-rosso. Si tratta di una formazione anti-sistema che dalla sua fondazione (1996) si è posta come obiettivo quello di trasformare il Pakistan in un vero stato sociale promuovendo la libertà di pensiero e la fine della discriminazione religiosa. A differenza degli altri partiti, il PTI non fa leva sul tradizionale sistema familistico; soprattutto per questo le nuove generazioni sono sempre più portate a votare per Khan. L’alleanza con alcune costole del partito dell’ex primo ministro Sharif sembrano proiettare il PTI verso una vittoria.

In questi giorni però diverse scissioni interne sembrerebbero aver smorzato gli entusiasmi. Ayesha Gulalai, il nuovo simbolo dell’emancipazione femminile del Pakistan, ha deciso di lasciare il PTI e correre da sola, accusando Imran Khan di “non garantire rispetto e dignità alle donne”. Di etnia Pashtun, Ayesha è stata la più giovane parlamentare della storia del Paese; pupilla della defunta premier Benazir Bhutto; la madre insegnava drammaturgia e retorica. Ha iniziato la sua carriera come giornalista e poi attivista per i diritti umani nel Waziristan, nel martoriato confine con l’Afghanistan. Da anni la giovane politica si batte contro l’uso indiscriminato dei droni statunitensi e contro la violenza dell’esercito pakistano nei confronti della popolazione locale. I Talebani e i miliziani di Al-Qaeda si rifugiano proprio in Waziristan, valicando il confine non proprio impermeabile e l’esercito è da anni impegnato a contrastarli ma l’uso della forza spesso eccede in vergognosi massacri di civili. Allo stesso tempo la Gulalai contrasta vigorosamente ogni forma di sfruttamento e arretratezza culturale vigente nel Paese, attirando verso di sé un sempre più crescente numero di giovani e di donne.

La vera minaccia, non solo per il Pakistan, è costituita da un quarto partito che negli ultimo mesi sta letteralmente volando nei sondaggi. Si tratta del Tehreek-e-Labbaik Ya Rasool Allah (TLYRA) guidato dall’eccentrico ulema, Khadim Hussain Rizvi. È lui che molti identificano come il mandante morale dell’omicidio del preside Sareer Ahmed. Rizvi si è imposto come vero paladino dell’Islam più radicale grazie ai suoi sermoni violentissimi e alle sue posizioni estreme, in particolare per quanto riguarda la legge sulla blasfemia. Fu lui ad organizzare la marcia che bloccò Islamabad per giorni e fu sempre lui tra i primi a richiedere a gran voce la condanna a morte per Asia Bibi, la giovane madre cristiana accusata di aver “insultato il Profeta” e ancora rinchiusa in carcere.

Rizvi ha letteralmente sbaragliato la concorrenza dei tradizionali partiti islamisti che ormai sono letteralmente evaporati di fronte all’avanzata del predicatore, capace di mobilitare centinaia di migliaia di persone ad un suo gesto e mettere in serio pericolo la sicurezza del Paese. “Nelle proteste di Novembre (quelle di Islamabad) abbiamo sacrificato soltanto otto vite per combattere la blasfemia” ha detto lo scorso 14 gennaio durante un comizio “ma se le circostanze lo richiederanno, noi siamo pronti a sacrificarne milioni”. Il leader del movimento ha anche annunciato un programma in dodici punti per le prossime elezioni. “Se il nostro partito andrà al potere, imporremo una semplicissima regola di vita per i governanti, così come aveva previsto il Santo Profeta per i suoi Califfi: spazzeremo via tutte le usanze e le tradizioni non islamiche.”

In men che non si dica, il seguito di Rizvi tra i giovani affascinati dall’Islam politico e intransigente è aumentato esponenzialmente, come dimostra lo straordinario supporto che ha raccolto dalle piattaforme di social media come Twitter e Facebook. Il suo stile informale, così come la sua tendenza a imprecare, sono visti come una delle principali ragioni per questo sostegno. I suoi giovani seguaci sono delusi dalla leadership religiosa tradizionale e vedono in Rizvi l’unico salvatore e garante delle volontà del Profeta. In un certo senso Rizvi ha già vinto queste elezioni proprio per essere diventato, lui e la legge sulla blasfemia, il punto focale principale del dibattito politico.

Foto di Marco Gualazzini

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