Paul Manafort è l’ex capo del comitato elettorale di Donald Trump. Lobbista e avvocato sessantottenne originario del Connecticut, è soprattutto il primo uomo di punta dell’universo trumpiano a finire nei guai per via del Russiagate. L’inchiesta sulle presunte interferenze della Russia nel voto americano, che sembrava riposta nel dimenticatoio delle cronache giornalistiche, è riemersa con prepotenza in queste ultime ore: Manafort, dopo mesi di sospetti sulla sua persona e una serie di perquisizioni subite, si è consegnato all’FBI nella mattinata di oggi, senza rilasciare ulteriori dichiarazioni. Un ruolo nella vicenda, inoltre, potrebbe averlo avuto Rick Gates, il suo partner lavorativo. Ma chi è Paul Manafort, l’uomo che sta tenendo l’America col fiato sospeso? Sulle sue possibili rivelazioni, del resto, si gioca il futuro prossimo della presidenza degli Stati Uniti, quindi di Donald Trump. 

Nato a New Britain nel 1969, ha “servito” Trump nella sua campagna elettorale nel periodo compreso tra il marzo e l’ottobre del 2016. Poi ha rinunciato all’incarico, lasciando però Gates alla guida della raccolta fondi per il candidato repubblicano. Essendo stato un collaboratore di Ronald Reagan, di Bush padre, Robert Dole e John McCain, Manafrort avrebbe dovuto, secondo i piani di Trump, riavvicinare la candidatura del Tycoon all’establishment repubblicano. Il GOP, non è un mistero, non ha mai visto Trump di buon occhio, tanto da ipotizzare lo scenario di una convention contestata durante le ultime battute delle primarie repubblicane. Un uomo dei poteri forti, insomma, chiamato a sanare quel distacco tra il popolo, rappresentato da Trump, e l’élite, rappresentata dai quadri partitici, che ancora adesso risulta difficilmente colmabile. Fondatore di una società di costruzioni, Manafort, che ha origini italiane per via di un nonno, è stato a capo di una società di consulenza molto frequentata dai repubblicani. L’inizio della sua attività politica risale al 1976, quando dopo una laurea in giurisprudenza alla Georgetown, entrò a far parte dello staff di George Ford. Un potere lobbystico che si è esteso nel tempo anche in campo commerciale, tanto che la Black, Manafort & Stone ha rappresentato gli interessi degli alberghi di Trump, oltre che le questioni inerenti la fiscalità delle società del magnate americano. Da quel contatto, dunque, è nato un rapporto poi consolidatosi sul piano politico:  Manafort venne posto a capo, seppur per un periodo breve, della macchina elettorale di The Donald. Quali elementi, però, legano un lobbysta che vive tra la Florida e la Virginia a Mosca? Perché tra tutti, il sessantottenne del Connecticut risulta essere il primo indiziato?

Manafort è stato lo stratega di Viktor Yanukovich, ex premier e presidente ucraino che si è sempre distinto nella sua azione politica per avere una visione filorussa. Yanukovich, com’è noto, è stato deposto da un’insurrezione popolare. Frequentazioni che sono state interpretate come sospette, facendo sì che uno degli chief strategist di Trump venisse posto al centro delle indagini sul Russiagate. Lo staff di Trump, poi, avrebbe incontrato Natalia Veselnitskaja, una pm vicina al Cremlino. Altro elemento che ha insospettito l’Fbi. Nel luglio scorso, venne perquisita una delle abitazioni di Manafort, ad Alexandria. In quell’occasione furono sequestrati documenti ed altri materiali evidentemente ritenuti utili all’indagine sul Russiagate. 

 La società di consulenza di Manafort è nota per aver assistito politici, dittatori e imprenditori senza fare distinzioni di sorta. Una delle collaborazioni più chiacchierate è quella con la cosiddetta “lobby dei torturatori”,di cui avrebbero fatto parte i coniugi Marcos, dittatori filippini il cui patrimonio stimato durante la dittatura sarebbe stato pari a 14 mila miliardi di euro. Relazioni border line o non convenzionali, di cui stanno evidentemente tenendo conto i federali per far luce in tutta questa storia. Le accuse, infine, non riguardano solo il Russiagate: Manafort, assieme al suo socio Gates, sarebbe accusato anche di riciclaggio e frode fiscale. Se settantacinque, infatti, sarebbero i miloni finiti stranamente su un conto offshore, diciotto, invece, sarebbero i milioni riciclati dall’ex stratega di Trump. Una curiosità politica dell’intera vicenda, infine, è relativa alla successione nel ruolo di Manafort durante la campagna elettorale: dopo la rinuncia del lobbysta, Trump ha posto alla guida dei suoi comitati  l’uomo che è poi risultato decisivo per la vittoria finale. 

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