L’esercito cinese ha inviato altri soldati a Hong Kong. Una mossa già in programma secondo le fonti di Pechino, che l’ha definita una “normale rotazione annuale” del proprio presidio militare nell’ex colonia britannica. Ma sono in molti a credere che dietro il nuovo schieramento si celi un rinforzo della guarnigione causato dalle crescenti tensioni nella città. Tensioni che hanno dato luogo a oltre venti grandi manifestazioni e numerosi scontri con la polizia.

Lo spostamento di truppe, come riportato dal New York Times, è avvenuto in concomitanza con il divieto di manifestare imposto dalla polizia di Hong Kong agli attivisti che avevano indetto una nuova grande marcia attraverso la città questo week end. Uno degli organizzatori della protesta, Jimmy Sham, ha inoltre dichiarato di essere stato vittima di un attacco da parte di alcuni uomini armati con una mazza da baseball mentre si trovata in un ristorante. Senza dubbio un gesto intimidatorio ad opera di mandanti “amici” di Pechino, secondo gli attivisti.

I media cinesi hanno tenuto ha divulgare immagini e video delle truppe in “marcia” verso Hong Kong, mostrando mezzi corazzati e camion carichi di soldati armati, come a voler annunciare l’arrivo in città di una forza di dissuasione che se chiamata ad intervenire potrebbe sedare qualsiasi tipo rivolta; ed evocando il timore di una soppressione della protesta che ricorderebbe i fatti di Piazza Tienanmen. Attualmente l’esercito cinese vanta una guarnigione compresa tra i 6mila a 10mila soldati a Hong Kong, dato che il numero esatto non è mai stato reso noto. Questo presidio militare è presente nella città da quanto l’ex colonia britannica è tornata al controllo di Pechino nel 1997. Da allora i dati non hanno mai rivelato veramente se la Commissione militare centrale di Pechino intendesse ampliare gradualmente il numero di militari presenti nella città. “Questa rotazione è una normale azione ordinaria annuale approvata dalla Commissione militare centrale”, ha dichiarato in una nota ufficiale il tenente colonnello Han You, portavoce della guarnigione di Hong Kong per l’Esercito Popolare di Liberazione. La mancanza di conferme che il numero dei soldati non stesse aumentando da un anno all’altro, sopratutto nel 2018, ha dunque alimentato le speculazioni secondo cui Pechino stesse rafforzando la sua presenza militare nella “colonia” in vista di tensioni politiche che l’avrebbero resa in qualche modo utile o “necessaria”.

In questi mesi infatti la città è nel bel mezzo della sua più grande crisi politica da quando è tornata sotto l’influenza cinese, e questo le proteste quotidiane contro il governo centrale sono sempre sfociate in duri scontri con la polizia. Secondo le autorità si sarebbero svolte già più di 20 proteste dall’inizio del mese di giugno: la maggior parte delle quali sono sfociate in atti di violenza, durante i quali i manifestanti hanno lanciato mattoni e appiccato piccoli incendi, innescando la dura reazione della polizia che ormai gira nella città è in perenne tenuta anti-sommossa. Le proteste si sono scatenate da quando la sospensione della legislazione che consentirebbe l’estradizione nella Cina continentale per chiunque venisse ritenuto colpevole di crimini, sottoponendo i cittadini di Hong Kong – territorio cinese “speciale” e semiautonomo dotato di tribunali propri e di un governo locale che si distingue per una maggiore protezione delle libertà civili rispetto al governo centrale di Pechino – al rischio di finire ad essere giudicati dalle durissime leggi cinese. I manifestanti lottano quindi il completo ritiro del disegno di legge di estradizione e per l’apertura di un’indagine sulle accuse dell’eccessivo uso della forza da parte della polizia nel 2014, durante la Rivolta degli ombrelli.

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