Decine di tonnellate di aiuti sanitari destinati all’Italia, centinaia di migliaia di mascherine protettive alla Grecia, medici ed esperti per la Serbia. E ancora: materiale di supporto diretto verso Spagna, Francia e Repubblica Ceca. La Cina usa i suoi tentacoli per invadere pacificamente l’immensa prateria creata nel Vecchio Continente dal nuovo coronavirus. L’obiettivo del Dragone è uno: accreditarsi quella leadership internazionale che ha sempre sognato e che fin qui considerava soltanto un miraggio.

Adesso la pandemia di Covid-19 sconvolge gli equilibri, assegna nuovi ruoli, mescola le carte in tavola e, più in generale, ridisegna la geopolitica dell’intero pianeta. Oggi i rapporti tra Cina e Stati Uniti sembrano invertiti: Pechino si è svegliata da un letargo durato più o meno due mesi mentre Washington si chiude a riccio nel tentativo affrontare le medesime prove superate brillantemente dal governo cinese.

In attesa di capire se Donald Trump riuscirà a imitare (o magari fare meglio) del collega Xi Jinping, quest’ultimo è pronto ad attirare a sé il maggior numero di nazioni possibile, grazie a un concentrato di propaganda, soft power e aiuti concreti contro la pandemia. All’inizio della crisi, la Cina acquistò e produsse (e ricevette come aiuto) grandi quantità di questi beni, dalle mascherine alle tute. Ora è in grado di distribuirli ad altri.

Cina in prima fila

Inutile girarci intorno: i Paesi europei hanno bisogno di ingenti aiuti sanitari per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus. Di fronte a emergenze del genere non ci sono ideologie o alleanze che tengano, e perfino i governi storicamente più filo-americani, adesso, afferrano la mano cinese senza pensarci due volte.

Partiamo dall’Italia, alleato pregiato di Xi Jinping in Europa, nonché primo e unico membro del G7 ad aver firmato il Memorandum d’intesa con Pechino nell’ambito del progetto cinese della Belt and Road Inititative. Roma ha ricevuto l’immediata assistenza di Pechino. Quando nessuno stato europeo ha risposto all’appello urgente dell’Italia per attrezzature mediche e dispositivi di protezione, la  Cina  si è impegnata pubblicamente a inviare mille ventilatori, due milioni di maschere, cento mila respiratori, 20 mila tute protettive e 50 mila kit di prova.

Al di là della polemica sulla gratuità o meno dei carichi (è sorta una polemica tra chi sostiene che la Cina stia in realtà solo vendendo, seppur a prezzo di comodo, gli aiuti all’Italia), è innegabile come Xi abbia superato a destra tanto l’Unione europea quanto gli Stati Uniti. Washington e Bruxelles sono arrivati in ritardo. Entrambi hanno sì fornito supporto all’Italia ma il loro ritardo non ha fatto altro che rafforzare involontariamente la narrazione cinese.

Riformare la governance globale

Le dimostrazioni sempre più pubblicizzate dell’assistenza materiale cinese dimostrano come Xi, legittimamente dal suo punto di vista, stia cercando di riformare la governance globale, smantellando il calco americano per sostituirlo con un’immagine dalla parvenza cinese.

Il vantaggio della Cina nell’assistenza materiale è rafforzato dal semplice fatto che gran parte di ciò da cui il mondo dipende per combattere il coronavirus è prodotto in  Cina. Pechino era già il principale produttore di maschere chirurgiche; ora, attraverso la mobilitazione industriale simile al tempo di guerra, ha aumentato la produzione di mascherine di oltre dieci volte, dandogli la capacità di fornirle al mondo.

La Cina produce anche circa la metà dei respiratori N95 critici per la protezione degli operatori sanitari (ha costretto fabbriche straniere in  Cina  a produrli e poi venderli direttamente al governo), dandogli un altro strumento di politica estera sotto forma di attrezzature mediche.

Come se non bastasse, gli antibiotici sono fondamentali per affrontare le infezioni secondarie da Covid-19 e, anche in questo frangente, la  Cina è in prima linea. Il Dragone, infatti, produce la stragrande maggioranza degli ingredienti farmaceutici attivi necessari per renderli.

Il mosaico cinese

Un cargo stracolmo di materiale sanitario è atterrato recentemente anche all’aeroporto internazionale di Atene. A bordo 500mila mascherine protettive FFP2 per gli ospedali della Grecia. Secondo quanto riferisce Afp, il carico fa parte di “una donazione” da parte della compagnia elettrica statale cinese State Grid Corporation of China alla società greca di distribuzione di energia elettrica Admie, di cui la State Grid detiene il 25%. Nei giorni scorsi, tra l’altro, Pechino aveva già offerto alla Grecia 50mile mascherine.

Ma non è finita qui perché due organizzazioni caritatevoli cinesi hanno inviato in Francia un milione di mascherine. E ancora: c’è da considerare un colloquio telefonico tra Xi Jinping e il premier spagnolo Pedro Sanchez. I media cinesi, poco dopo la notizia, hanno riferito dell’arrivo in Spagna, a Saragozza, di un cargo con materiale sanitario. Altri esempi? Pechino ha inviato squadre mediche e 250 mila mascherine in Iran e inviato forniture in Serbia, il cui presidente ha respinto la solidarietà europea come “una fiaba” e ha proclamato che “l’unico paese che può aiutarci è la  Cina”. Infine vale la pena parlare della Repubblica Ceca: nelle prossime sei settimane Varsavia riceverà forniture periodiche di materiale sanitario dalla Cina per far fronte ai suoi bisogni relativi alla lotta al coronavirus. Pezzo dopo pezzo, Pechino costruisce il suo mosaico.

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