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Otto mesi dopo la sua ascesa al potere, Pedro Sanchez è costretto ad ammettere il fallimento e indire elezioni anticipate. Il premier socialista, dopo il voto del parlamento contro la legge di bilancio, ha convocato una conferenza stampa in cui ha comunicato che il 28 aprile la Spagna sarà di nuovo chiamata alle urne. Ennesima tornata elettorale per un Paese che non sembra più in grado di possedere una maggioranza chiara e che possa condurre in porto una legislatura.

La parabola di Sanchez è quella tipica di molti leader socialdemocratici europei. Il leader del Parito socialista è arrivato al potere con una mozione di sfiducia nei confronti dell’allora premier Mariano Rajoy. Nei mesi precedenti il rovesciamento del premier di centrodestra, aveva prima perso due volte le elezioni provocando la rivolta del suo partito. Poi ne aveva ripreso le redini riuscendo in un clamoroso colpo parlamentare unendo tutte le opposizioni anti-Rajoy per formare un governo di sinistra. Per farlo, aveva posto l’accento su tutta la grande narrativa mainstream e profondamente radicata in larga parte della sinistra spagnola. Lotta contro i poteri forti, accuse di fascismo, accoglienza nei confronti degli immigrati, uguaglianza di genere, progressismo.

Ma il tentativo è però durato poco e con scarsi risultati. La miscela esplosiva messa insieme da Sanchez era destinata ad avere vita breve. La maggioranza composta da socialisti, populisti, secessionisti e sigle della sinistra radicale non poteva durare a lungo. Unite dalla lotta contro la destra, si sono ritrovate a non avere una piattaforma comune su cui poter costruire un esecutivo duraturo. E alle prime avvisaglie di discordia, su un tema così fondamentale come la legge di bilancio, i partiti indipendentisti catalani hanno posto il veto. La scelta imposta dai partiti indipendentisti catalani è stata da subito chiara: o maggiore autonomia o niente accordo. E così l’accordo non è stato raggiunto.

Per Sanchez si è trattata della definitiva battuta d’arresto dopo otto mesi in cui aveva provato a costruire una sorta di alternativa alla grande ventata sovranista che sta prendendo piede in Europa. E dopo la cocente delusione di Alexis Tsipras in Grecia, l’illusione liberal di Emmanuel Macron e altre sconfitte in larga parte del Vecchio Continente, molti ritenevano che fosse proprio il nuovo premier spagnolo la reazione a queste illusioni infrante. Ma il capo del Psoe si è rivelato, come tutti gli altri, un sogno finito presto, che ha costruito non solo un’alleanza fragile ma anche difficile da accettare per il popolo. Che non lo ha eletto, e che forse, anche per questo, non ha mai accolto con favore un esecutivo che ha sostanzialmente unito tutte le forze che si contrapponevano al Paese profondo. 

Sanchez, detto “Mr. Handsome”, per il suo sorriso perenne anche in caso di sconfitta o di avvicinamento al baratro, ha provato a ergersi come volto diverso della sinistra. Ma si è scontrato con una realtà molto diversa da quella che poteva apparire dalla sua maggioranza in Parlamento. Ha cercato l’applauso dei vertici europei più che il consenso del suo elettorato e del suo popolo. Si è presentato in Europa con un governo a maggioranza femminile per apparire diverso rispetto alla Spagna “tradizionalista” e aveva aperto il porto di Valencia all’Aquarius per far vedere a Bruxelles di essere lui il leader progressista su cui fare affidamento. E lo aveva fatto anche per scavalcare l’Italia come terza potenza dell’Unione e unirsi all’asse franco-tedesco

Ma di fronte a questo volto pulito e limpido, si è nascosta l’incapacità di costruire qualcosa che fosse realmente accettato dalla Spagna. E così, in pochi mesi si è dovuto ricredere di fronte a un mondo ben diverso da quello della luce dei riflettori europei. Dopo aver accolto l’Aquarius, ha mostrato il pugno sull’immigrazione cambiando radicalmente i suoi piani. E lo ha fatto non solo per colpire l’Italia giallo-verde ma anche perché le elezioni Andalusia avevano rappresentato un campanello d’allarme enorme.

Il feudo rosso andaluso si è spostato a destra con un blocco di elettori che hanno preferito il sovranismo di Vox, e il centrodestra di Partido Popular alla storica appartenenza al Psoe. E i liberali di Ciudadanos hanno scardinato il voto moderato dei socialisti. Nel frattempo, proprio quegli indipendentisti che hanno dato la maggioranza al governo hanno presentato il conto: la secessione della Catalogna non era stata dimenticata. E mentre la piazza unionista di Madrid chiedeva a gran voce le dimissioni di Sanchez proprio per gli accordi con i secessionisti, gli stessi indipendentisti punivano Sanchez condannando alle dimissioni. Un attacco a tenaglia che ha fatto capire che l’ultimo possibile leader della sinistra europea non aveva più alcun contatto con la realtà del proprio Paese.

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