Il tempo stringe per il Venezuela di Nicolas Maduro. Si stanno infatti intensificando manovre diplomatiche a marca americana per porre definitivamente fine alla crisi politica venezuelana. L’urgenza e la priorità per lo scomodo vicino sull’agenda statunitense è palesemente percepibile. Ancor più visibile è tuttavia la mancanza di comunione d’intenti tra la presidenza e il suo entourage, come d’altronde si è già potuto evincere in altre rilevanti questioni.

La minaccia militare di Trump

Lo scorso 12 agosto infatti arrivava direttamente dal Presidente Trump, come riportato da Repubblica, una minaccia militare contro il Venezuela. “Abbiamo molte opzioni per il Venezuela, e non escludo l’opzione militare. Il Venezuela non è così lontano, e la gente nel paese sta soffrendo e morendo”, così si era espresso senza troppi mezzi termini il tycoon. Parole che sommate alle imponenti esercitazioni navali effettuate dalla flotta americana nelle acque del Mar dei Caraibi, hanno risuonato come più che una semplice eventualità. Tuttavia l’esuberanza del tycoon si è dovuta confrontare con un entourage e una schiera di alleati che non vedono di buon occhio un intervento militare diretto, ma preferiscono una tattica più soft.

Una strategia più soft per il Venezuela

Regime change senza sporcarsi le mani. Questo è il concetto emerso dal viaggio effettuato da Mike Pence, Vice Presidente USA, in Colombia, Argentina e Cile in queste ultime due settimane di agosto. “Uno Stato fallito in Venezuela minaccia la sicurezza e la prosperità del nostro intero emisfero e i cittadini degli Stati Uniti D’America. É straordinario pensare che una delle più ricche nazioni in Sud America stia per collassare nella dittatura, nella povertà e nella disperazione”. Ha così dichiarato Pence durante un summit a Cartagena in Colombia, come riportato dal Telegraph.

Il Vice Presidente americano ha poi aggiunto che gli Stati Uniti continueranno ad appoggiare elezioni libere in Venezuela finché non verrà restaurata la libertà per il popolo venezuelano. Il che può essere ragionevolmente tradotto come supporto all’opposizione interna al Paese fino a un definitivo regime change. Mike Pence ha preso dunque le distanze dal suo Presidente.

L’America Latina teme la presenza statunitense

Un cambio di strategia che è stato accolto favorevolmente da tutti gli alleati Usa nella Regione. Lo stesso Presidente colombiano Juan Manuel Santos ha dichiarato che le nazioni dell’America Latina preferiscono “altre misure per cambiare il Venezuela”. Pur rimanendo in linea con la Casa Bianca gli Stati membri dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), non vedrebbero di buon occhio una presenza militare americana così diretta in una questione che rimane prettamente latina.

La Colombia in particolare si trova nelle difficile posizione di gestire un già fragile accordo con le Farc e l’ipotesi di una guerra in uno Stato confinante potrebbe intaccare quest’equilibrio. La presidenza Trump sembra però aver ascoltato il messaggio di Pence.

Nuove sanzioni economiche contro Maduro

Lo scorso 25 agosto la Casa Bianca ha infatti annunciato l’imposizione di nuove sanzioni contro la presidenza Maduro. Si tratta nello specifico di un divieto per le istituzioni finanziarie americane di effettuare operazioni con i bond emessi dal Governo venezuelano e dalla compagnia petrolifera di Stato Petroleos. Trump pare dunque aver scelto la via della pressione economica e diplomatica per arrivare al reovesciamento di Maduro. Lo strumento scelto non sono più le armi, ma le sanzioni economiche.  L’obiettivo è quello di “mitigare i danni al popolo statunitense e venezuelano”.

Gli Stati Uniti decidono così di perseguire una strategia già vista in Siria, dove le sanzioni contro Assad sono state affiancate da un supporto più o meno indiretto ai “ribelli moderati”. La stessa azione fu per altro già ravvisabile in Iraq per tutti gli anni ‘90 quando gli stessi USA riuscirono a convincere tutta la comunità internazionale a imporre sanzioni al Governo Hussein attraverso l’ONU. Le sanzioni in Iraq oltre ad indebolire il regime di Saddam Huessein portarono al decesso di  500.000 bambini iracheni (come da rapporto UNDP). In Siria le stesse sanzioni hanno trasformato uno Stato da unitario e tollerante a smembrato e settario. É dunque difficile ipotizzare che le sanzioni economiche in Venezuela possano “mitigare” i danni alla popolazione stessa, considerati gli esempi precedenti. 

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