Nella giornata del 24 aprile l’amministrazione Biden ha riconosciuto la natura genocidiale del massacro di un milione e mezzo di armeni operato dal decadente impero ottomano durante la prima guerra mondiale. La mossa permetterà al nuovo inquilino della Casa Bianca di accreditarsi agli occhi dell’elettorato come un politico che rispetta la parola data – perché l’attribuzione del carattere genocidiale al massacro gli armeni era stata promessa in campagna elettorale –, e sta venendo letta e interpretata all’unanimità come un monito lanciato all’indirizzo di Recep Tayyip Erdogan, il “dittatore necessario” che, secondo taluni, avrebbe stancato gli Stati Uniti e sarebbe prossimo ad un’esautorazione nel Mediterraneo allargato a favore dell’Italia di Mario Draghi.

È contenuto sicuramente del vero nelle disamine che vedono in Draghi un “uomo di Washington” chiamato ad esercitare (anche) una funzione anti-Erdogan, e lo abbiamo spiegato a più riprese e dettagliatamente sulle nostre colonne, ma è in errore chi vede nella strumentalizzazione della spinosa questione del genocidio armeno da parte dell’amministrazione Biden un’azione concepita con l’obiettivo di tediare Ankara.

Perché è Biden che ha affidato alla Turchia uno dei fascicoli più rilevanti della contemporaneità, ovvero la costruzione di un brzezinskiano arco di crisi in Asia centrale per il tramite dell’Afghanistan. Ed è sempre Biden che sta lavorando con insistenza e dedizione all’allontanamento della Turchia dalle realtà gravitazionali di Russia e Cina, delegando agli apparati militari e diplomatici il compito di inviare messaggi in tal senso. Alla luce dei due punti di cui sopra, il riconoscimento del massacro sistematico e premeditato degli armeni va letto in tre modi: un atto storico dovuto, una restituzione del favore all’influente lobby armena, mobilitatasi per Biden durante le presidenziali, e un messaggio avente come destinatari Erevan e Mosca.

Le ragioni di Biden

Il riconoscimento della strage di un milione e mezzo di armeni ad opera degli ottomani in termini di genocidio – il primo del Novecento – avviene per tre ragioni che sono state già esposte: l’imperativo di risultare coerente e credibile agli occhi di un elettorato che ha voluto intronizzare alla Casa Bianca un “presidente moralista”, la legittimità storica dei fatti in oggetto e la ferrea volontà di inviare un messaggio all’Armenia, tornata con ritrosia nella sfera d’influenza russa all’indomani della fine della seconda guerra del Nagorno Karabakh.

Quella dell’amministrazione Biden non è una “punizione” alla Turchia, per la quale l’olocausto armeno rappresenta un vero e proprio tabù nazionale, un ricordo rimosso che unisce laici e religiosi, kemalisti e islamisti, e liberali e conservatori, ma una mossa sornionamente allusiva, ergo in grado di creare spaesamento (come sta effettivamente avvenendo), concepita con l’intento precipuo di mostrare all’Armenia che il periodo dell’isolamento internazionale è terminato e che, dunque, vi sono delle alternative concrete ad una Russia che, durante il conflitto, ha mantenuto una posizione di “neutralità ostile” e velatamente filo-azerbaigiana.

Scontentare Erdogan era inevitabile, da qui la chiamata chiarificatrice del 23 aprile, ma il gioco vale la candela: sottrarre alla Russia il “bottino di guerra” ottenuto grazie alla riapertura delle ostilità nel Nagorno Karabakh. E Nikol Pashinyan, che non ha fatto segreto della personale riluttanza a riallacciare con il Cremlino nel dopoguerra, come palesato dalla crisi di marzo con le forze armate, potrebbe cercare di approfittare dell’entrata in scena del fattore Biden per tentare il tutto per tutto alle incombenti parlamentari, programmate per il 20 giugno, e bloccare il processo di stabilizzazione del Caucaso meridionale trainato con notevole sforzo da Mosca.

Cosa potrebbe succedere

Il supporto degli Stati Uniti all’Armenia si configura come parte essenziale di una strategia di pressione multilivello avente come obiettivo la provocazione di crisi strumentali e strumentalizzabili lungo e dentro il Mondo russo (Russkij Mir).

Esercitando un piccolo ma rilevante controllo su Erevan, Washington potrebbe conseguire un doppio risultato: l’annullamento dei vantaggi ottenuti “accidentalmente” da Mosca grazie alla guerra e la possibile apertura di un arco di crisi – facendo leva sul forte risentimento armeno e sulla promessa di aiuti diretti in caso di nuove ostilità – che potrebbe risultare accattivante anche agli occhi di Baku e Ankara, abbagliate dalla prospettiva di replicare il successo bellico e trascinate con l’inganno in un possibile pantano. L’Azerbaigian, del resto, ha accolto negativamente il conferimento del carattere genocidiale al massacro degli armeni, parlando a tal proposito di una politicizzazione, nonché di una distorsione dei fatti, che ignora il contesto storico che lo ha preceduto e accompagnato – circa 500mila persone assassinate nel corso di pogrom operati da armeni nello stesso periodo. Ma non solo. Baku sottolinea anche i numeri massacri contro gli azerbaigiani da parte della Federazione rivoluzionaria armena (Dashnak) nel marzo 1918, il genocidio commesso dall’Armenia a Khojaly 30 anni fa, che rappresenterebbe un esempio di pregiudizio e doppio standard: “Gli eventi del 1915 dovrebbero essere studiati dagli storici, non dai politici. Tuttavia, come è noto, l’Armenia, che vuole nascondere gli eventi e cercare di dipingere se stessa come un paese oppresso, non ha accettato la proposta della Turchia di indagare sugli eventi di quel periodo da parte di una commissione storica congiunta”.

Le prossime mosse di Pashinyan, e in generale di politica e forze armate armene, saranno fondamentali al fine della comprensione del nuovo scenario che potrebbe andare delineandosi. L’amministrazione Biden avrà colpito nel segno se e quando si assisterà ad un raggelamento (anche timido) delle relazioni bilaterali con Mosca, affiancato da un concomitante riavvicinamento a Washington, e al diniego a procedere oltre nella collaborazione con Baku nell’ambito dell’attuazione degli accordi trilaterali di novembre e gennaio.

Alla Russia, dunque, l’onere di evitare che il Caucaso meridionale possa ospitare una crisi in stile Brzezinski o, qualora scoppiasse, l’ardua missione di replicare il successo della seconda guerra del Nagorno Karabakh: vincere senza colpo ferire. 

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