Cosa ha impedito a Boris Johnson, trionfante nell’ultimo summit con Bruxelles, di portare a casa la Brexit? Cosa si agita dietro le continue manovre di Palazzo che, a Londra, impallinano ogni deal? “La prima regola della politica è imparare a contare” diceva il presidente americano Lyndon B. Johnson. Questa regola, il biondissimo omonimo inglese ha dimostrato di saperla attuare. Nelle febbrili trattative che hanno accompagnato il suo rientro in patria verso il voto del “Super Saturday” (sabato scorso) il primo ministro confidava di avere i numeri per chiudere la partita della vita e portare il Regno Unito fuori dall’Europa con un accordo. E ci era quasi riuscito, pescando tra i ribelli da lui stesso espulsi dal suo partito e tra quelli nel Labour Party convinti che la misura sia ormai colma e che la Brexit vada comunque fatta. Ma qualcosa, nel suo piano perfetto, non ha funzionato ed è stato proprio lo sgambetto ordito con l’approvazione dell’emendamento “Letwin” ad evidenziarlo. Prima di dire di sì alla Brexit-secondo-Boris-Johnson, il parlamento chiede altro tempo: ci sono ancora dei numeri da chiarire, delle questioni da dirimere mentre si fa richiesta di mettere nero su bianco la definizione dei termini legislativi di questo divorzio.

La Brexit comincia dopo la Brexit

È a tutti chiaro che siglare un accordo con l’Europa (il deal) e approvarlo in parlamento, non chiude affatto la partita della Brexit, ma in realtà la apre. Il deal su cui la politica britannica si accapiglia da più di 1200 giorni è un testo di cornice, la base di un divorzio che ancora non definisce esattamente i termini della separazione pur mettendo in chiaro i tre assunti della fase 1. La gestione dei cittadini europei in Uk e degli inglesi sparsi in Europa; la questione irlandese e il conto da pagare per l’uscita dall’Unione.

Quando il Parlamento avrà votato definitivamente un ok al deal – cioè alla fase 1 -l’incertezza generata da tre anni di trattative sarà superata, ma ci si tufferà in un’altra grande fase di incertezza, ovvero quella indeterminazione transitoria che porterà a definire le regole del gioco, a scenari mutati. E questo interesserà, ad esempio, un piano di “free trade deals” del Regno Unito con il resto del mondo, così come un “Jumbo free trade agreement” con l’Europa, che ambisce a restare un partner speciale. Tutto ancora da scrivere e concordare e i più ottimisti stimano che questa definizione richiederà almeno altri 5 anni di lavoro.

Impatti economici

Quanto accaduto sabato, a 40 mesi dal referendum del 2016 e dopo 88 giorni di battaglie politiche feroci, ha mostrato che l’efficace comunicazione di Johnson si è scontrata con la realtà. Al grido di: “Facciamo questa Brexit a andiamo avanti” e soprattutto “facciamola a qualsiasi costo” l’abile creatività, anche dirompente, di Johnson non è riuscita a scongiurare la paura che il prezzo da pagare sia ancora troppo alto.

Ad oggi non esistono studi ufficiali recenti circa l’impatto economico del deal che porta la sua firma. L’ultima analisi a lungo termine del governo risale al 2018 ed è stata realizzata dal Dipartimento per l’Uscita dall’Ue basandosi sui dati del Tesoro, della Banca d’Inghilterra e della Financial Conduct Authority. Ipotizzando gli effetti di un accordo molto simile a questo presentato da Johnson e raffrontandolo con quello propugnato da Theresa May, si evidenzia come questo deal potrebbe costare all’economia britannica il 6,7% del Pil nei prossimi 15 anni. Tradotto in Sterline si parla di 130 miliardi. L’accordo di Theresa May avrebbe avuto un effetto meno traumatico costando “solo” il 2,5% del Pil fino al 2034. Il primo ministro e i suoi hanno sempre liquidato la questione spiegando che è “la democrazia ad avere un costo” e che “questo prezzo va pagato in nome della riconquista della sovranità britannica”.

Un altro studio arriva dal lavoro del think-thank accademico indipendente The UK in a Changing Europe, che lavora sulla Brexit e sulle relazioni tra UK ed Europa. Sulla base dell’analisi condotta, l’attuazione dell’ultimo accordo di divorzio porterebbe ad un calo del Pil pro capite compreso tra il 2,3% e il 7% nei prossimi 10 anni rispetto al valore che questo avrebbe se la Gran Bretagna restasse in Europa. (Il deal di Theresa May avrebbe ridotto il Pil in una stima compresa tra l’1,9% e il 5,5%). Altre riflessioni le fornisce la lobby delle industrie ingegneristiche e manifatturiere inglesi, secondo la quale questo accordo avrebbe il forte limite di non garantire la tenuta dei rapporti commerciali già esistenti con i partner più vicini geograficamente, cioè i partner europei. La conseguenza inevitabile sarebbe quella di minare la competitività di un settore che raccoglie l’aerospaziale, l’automotive, il “food e drink”, il chimico ed il parafarmaceutico. Uscire dalla regolamentazione europea per queste realtà significherebbe una inevitabile crescita dei costi e una conseguente perdita dei profitti.

A tutto questo va aggiunto il prezzo che pagano i settori che più di altri si basano sulla forza lavoro straniera, tema che apre alle conseguenze della Brexit sull’immigrazione. L’ultimo esempio lo fornisce un approfondimento pubblicato dal Daily Mail che dà voce all’allarme lanciato dal settore agricolo. Il sindacato nazionale degli agricoltori inglesi lamenta il crollo della disponibilità di braccianti per la raccolta di prodotti come: broccoli, cavolfiori, funghi e mele. Tanto per citarne alcuni. Meno 18% di forza lavoro dai paesi dell’Est in Agosto, meno 20% in Settembre e le mele che restano attaccate agli alberi perché nessuno le raccoglie. La Banca d’Inghilterra ha fatto capire che superare il clima di incertezza che sta logorando oltre che l’economia, anche i nervi di una intera nazione, avrebbe comunque un effetto positivo, pur ammettendo che la perdita dei privilegi commerciali nei confronti dei paesi europei rappresenterebbe un lungo freno alla ripresa economica inglese.

Una Gran Bretagna informato Britannia

Al netto degli studi di settore, sono diverse le voci che giudicano l’accordo che aveva portato a casa Theresa May per qualche verso migliore rispetto a quello sul tavolo oggi. La pensano così anche alcuni tra i suoi più acerrimi detrattori. E lei, con giacca bianca sgargiante e piglio solenne, nelSuper Saturday della House of Commons, ha ripreso la parola, dopo il lungo silenzio che ha accompagnato le sue dimissioni da Primo Ministro, per una battuta che sapeva tanto di anatema. “Avverto un certo senso di dejà vu”. Il suo accordo è stato bocciato tre volte dal parlamento, quello di Boris si preparava alla prima.

Ma c’è una questione fondamentale che inevitabilmente distingue le due proposte e si chiama Irlanda del Nord. May era caduta inesorabilmente sulla questione del backstop, Boris, astutamente l’ha superata; ma a che prezzo? Un prezzo troppo alto per il partito degli Unionisti Irlandesi che, delusi e traditi dal Primo Ministro, non lo hanno appoggiato. Lo stratagemma ideato da Johnson per bypassare il rischio di “hard Border” tra Irlanda del Nord e Irlanda del Sud (una ripristinata linea di confine che, dopo anni di sanguinose battaglie, era stata superata con la pace siglata da Tony Blair nel Good Friday Agreement del 1988) prevede di spostare il confine nel Mare Irlandese, facendo così naufragare i sogni unionisti dei suoi ex alleati Dup.

L’effetto sarebbe quello di lasciare l’Irlanda sotto la giurisdizione economica europea, con regole diverse dal resto della Gran Bretagna sotto l’ombrello di una Brexit più morbida. La manifestazione di un diminuito interesse da parte di Londra nei confronti dell’Irlanda ceduta sull’altare della “Brexit purché sia” secondo molti analisti, ora prepara la lenta e inesorabile uscita di Belfast dall’orbita Britannica per riconciliarsi totalmente con i fratelli del Sud e con l’Unione Europea che l’aspetta a braccia aperte. E per scongiurare questo rischio, ora si discute la possibilità di allargare questa Custom union a tutta la Gran Bretagna, di fatto sminando l’effetto della Brexit, sennò per il Regno Unito sarà “meno uno”.

Il punto è che pronti a seguire a ruota, invocando la secessione ci sono anche gli scozzesi, fortemente contrari alla Brexit dal 2016, quando espressero il loro “No” all’uscita con il 62% dei voti. Edimburgo fibrilla da tempo e da tempo minaccia e prepara un referendum per uscire dalla Gran Bretagna gridando costantemente la sua contrarietà alle scelte del governo. Meno due? Insomma, senza allontanarsi troppo dai numeri, che in politica contano parecchio, quale prezzo dovrà pagare la Gran Bretagna per la sua democratica Brexit?

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