Un 2022 da funambolo, quello di Recep Erdogan, alle prese con mosse da silfide ai quattro angoli della Terra. La grave crisi interna e il fantasma delle elezioni nel 2023 sono faglie profondissime alle quali si cerca di rispondere con una ricucitura con la NATO ed uno sbandierato ruolo di mediazione nel conflitto russo-ucraino (per ora al palo). Ma c’è un secondo, disperato, tentativo con il quale Erdogan è alle prese: quello di riconquistare uno status e una credibilità a livello regionale. E per farlo, Ankara non può non dialogare con Israele. Questo spiega perché, di fronte all’isolamento diplomatico e alla pressione economica, Erdogan è così ansioso di incontrare Naftali Bennett. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha fatto sapere che incontrerà presto i colleghi di Israele ed Egitto, annunciando che si recherà a Tel Aviv a metà maggio, insieme al titolare del dicastero turco dell’Energia Fatih Donmez. A complicare il riavvicinamento però, in queste ore, le tensioni a Gerusalemme: il presidente turco ha condannato l’intervento israeliano nella moschea Al-Aqsa e le minacce al suo “status o spirito”.

Una nuova fase degli Accordi di Abramo?

Che i tempi fossero maturi per l’appeasement era chiaro già da tempo. Poi, nel marzo scorso, la visita del presidente israeliano ad Ankara ha rappresentato un punto di svolta nelle relazioni fra i due Paesi: Isaac Herzog è stato, infatti, il primo capo di Stato israeliano a recarsi in visita ufficiale in Turchia dal 2007. In quel meeting di marzo, che si è tenuto alla vigilia dei negoziati turchi fra Russia e Ucraina, Israele e Turchia annunciarono la loro collaborazione in settori diversi: non solo quello economico, ma anche energetico. Nonostante la visita fosse programmata da tempo, in molti hanno visto nell’incontro l’inizio di una nuova fase degli Accordi di Abramo, seconda soltanto a quella avvenuta due anni fa tra Israele ed Emirati, Marocco e Sudan. “Se non puoi combatterli, unisciti a loro” appare il nuovo credo di Erdogan, persuaso dell’idea di entrare in questa nuova fase fluida dei rapporti dell’area, strategia ben più sagace del niet ad ogni costo. Ed infatti il recente e decisivo miglioramento dei rapporti tra Turchia ed Emirati è un’altra mossa del medesimo segno nella nuova strategia del leader turco.

Le relazioni interrotte e il disgelo

Turchia e Israele intrattengono relazioni diplomatiche continue dal 1949. Queste relazioni hanno avuto, e hanno tuttora, molti alti e bassi. Mentre i leader politici sono quelli che danno il tono alle relazioni bilaterali, i legami Israele-Turchia vanno oltre e non dipendono solo dal modo in cui i capi di stato si relazionano tra loro. Turismo, cooperazione tra imprese, eventi sportivi e culturali, scambi accademici sono tutti esempi di canali attraverso i quali si è evoluta una relazione Israele-Turchia multisfaccettata.

Un rapporto complicato, quello con Tel Aviv, strettamente connesso al conflitto arabo-israeliano, ma che soggiace anche ad interessi concreti: la Turchia ha continuato ad acquistare armi da Israele, che ha venduto più armi ad Ankara che a qualsiasi altro paese tra il 2000 e il 2010. I rapporti tra Ankara e Tel Aviv si erano interrotti bruscamente nel 2010 a seguito dell’episodio della Mavi Marmara che trasportava aiuti a Gaza. Fu l’inizio di dichiarazioni al vetriolo nelle quali Erdogan riplasmò il suo ritratto di difensore della causa dei palestinesi e della santità della Spianata delle moschee. Tutto questo a beneficio di Hamas, che ha visto le porte della Turchia spalancarsi. Ed è proprio da Gaza che sono arrivate parole dure nei confronti della normalizzazione, avvertita come un tradimento della causa palestinese, pur senza arrivare a condannare “l’amico Erdogan”.

Dopo anni di legami congelati, un accordo di riconciliazione del 2016 aveva sancito il nuovo scambio di ambasciatori, ma andò in fumo nel 2018 sulla scia delle proteste della “Grande Marcia del Ritorno”. La Turchia richiamò i suoi diplomatici, ordinando all’inviato israeliano di lasciare il Paese. Sebbene la carica del presidente israeliano sia in gran parte cerimoniale e qualsiasi passo concreto verso il riavvicinamento richiederà l’approvazione del primo ministro Naftali Bennett, la visita di Herzog ha segnato un significativo disgelo nei legami.

Alcuni segnali importanti, negli ultimi due anni soprattutto, avevano fatto presagire un cambio di passo: nell’aprile 2020, la Turchia ha inviato attrezzature mediche in Israele come aiuto umanitario per far fronte alla pandemia. Sempre nello stesso periodo sono aumentati progressivamente gli scambi accademici tra studiosi ed esperti su questioni di reciproco interesse, come il riscaldamento globale ei diritti delle donne. Un ruolo da non sottovalutare è stato quello dei comuni, che vivono in entrambe le nazioni un’importanza crescente: il fatto che le principali città in entrambi i Paesi siano guidate da sindaci liberali, ha creato opportunità di cooperazione tra i dirigenti locali.

Le questioni energetiche

La decisione degli Stati Uniti di ritirare il sostegno per l’EastMed (nel gennaio 2022, l’amministrazione Biden ha informato i partner di non sostenere più il progetto, infliggendo un colpo mortale all’oleodotto.) -che porterebbe il gas israeliano in Europa attraverso la Grecia – ha un’importanza fondamentale per l’area. Anche durante il periodo di allontanamento tra Turchia e Israele, il dialogo sull’energia è stato molto utile: sebbene non abbia prodotto un gasdotto o investimenti concreti, ha lasciato aperto un canale importante. Porre fine a un decennio di disagio politico con una grande potenza come la Turchia è molto importante per Israele. Tuttavia, Israele vuole anche continuare a portare avanti le sue buone relazioni con la Grecia e Cipro. I tre paesi hanno già tenuto esercitazioni militari congiunte e lo stesso Herzog ha definito queste relazioni come alleanza di stabilità nel Mediterraneo. L’esclusione della Turchia dall’accordo, parallelamente, ha ulteriormente aggravato le relazioni di Ankara con tutti e tre i paesi.

Erdogan, all’indomani della visita di Herzog in Turchia, ha fatto sapere che intende discutere con il premier Bennett di “passi da prendere immediatamente” per portare il gas di Israele in Europa tramite la Turchia, dichiarandosi “molto speranzoso” rispetto alla possibile cooperazione energetica tra Turchia e Israele.

Una questione di leadership

Alla fine dello scorso anno Erdogan aveva ospitato una delegazione di rabbini provenienti da tutto il mondo islamico, oltre che dalla Russia. In quell’incontro, aveva affermato che le relazioni con Israele erano “vitali per la sicurezza e la stabilità della regione” e descritto sia l’antisemitismo che l’ostilità verso l’Islam come ” crimini contro l’umanità”. Considerando che negli ultimi dieci anni Erdogan si era scagliato contro Israele ripetutamente a suon di refrain antisemiti, l’incontro era risultato alquanto “strano”.

Strano ma non inspiegabile. Dalla sua ascesa al potere Erdogan ha puntato a dimostrare all’Occidente che l’Islam e democrazia possono coesistere e che la Turchia potrebbe diventare il modello per altri paesi musulmani ma soprattutto diversificare le relazioni estere della Turchia conducendo una politica più indipendente nei confronti dell’Occidente (e della NATO), aprendosi ai paesi arabi e assumendo il ruolo di guida del mondo islamico. In questi anni, tuttavia, i sogni neo-ottomani di Erdogan sono andati in fumo per fattori sia interni che esterni e in fin dei conti non v’è stata pace “né in casa né nel Mondo”. La Turchia è rimasta coinvolta in varie operazioni militari in Siria, Libia e Azerbaigian, avventure costose che hanno ulteriormente complicato le relazioni estere della Turchia, incluso con Israele.

Qualunque siano oggi le aspirazioni regionali di Erdogan, il leader turco sa bene di essere un presidente in scadenza, a capo di un Paese indebolito, con i conti i subbuglio e una reputazione internazionale in bilico. Se fallirà il ruolo di mediatore nella crisi ucraina, l’ultima chance sarà quella di accreditarsi nuovamente come potenza regionale. Per farlo, nella sua complessa posizione, l’unica soluzione sarà rivolgersi ai giganti del suo cortile: presumibilmente, però, l’operazione sarà più complicata del previsto .

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