La notizia dell’apertura di Mosca alla possibilità di cedere i relativamente moderni sistemi per la difesa aerea S-300 a Damasco, annunciata dal Ministro degli Esteri Lavrov la settimana scorsa, ha scosso le cancellerie occidentali e causato non pochi mal di testa a Tel Aviv.

Gli S-300 non rappresentano gli ultimi ritrovati russi in fatto di difesa aerea (come gli S-400 ed i futuri S-500) ma rappresentano ancora una minaccia importante per un’aviazione, come quella israeliana, ancora improntata su aerei di quarta generazione, che sta ricevendo solo di recente – e col contagocce – i cacciabombardieri stealth F-35.

Nel caso siriano potrebbe trattarsi del modello S-300V o del modello PMU-2, fatti apposta per l’esportazione ma leggermente diversi tra di loro. La minaccia è rappresentata dal raggio d’azione del sistema e dalla portata dei radar di scoperta:

nel modello V i dati sono rispettivamente di 100 km per 30 di altitudine e di 300 per il radar di scoperta e acquisizione bersagli 96L6, operante in banda L e dall’alta risoluzione, lo stesso usato anche per gli S-300PMU-2 e gli S-400. Questo radar può individuare sino a 100 bersagli contemporaneamente, identificarne sino a 4 tipologie diverse (caccia, elicotteri, missili da crociera…) e si ritiene sia in grado di avere una certa capacità di individuare velivoli stealth. La differenza profonda tra questa versione ed il più moderno S-400 è data dalla suite di missili e dal raggio d’azione degli stessi: l’S-400, già schierato in Siria dalla Russia a difesa della sua base aerea di Khmeimim e del porto di Tartus, è dotato di missili con un raggio d’azione massimo di 400 km per una quota di 56 (avendo quindi anche capacità ABM propriamente dette), quindi 4 volte rispetto al modello V ed il doppio rispetto a quelli del modello PMU-2, che hanno un raggio di azione di 200 km per 35 di quota. Diversi sono ancora gli altri sistemi sensoristici come il radar di acquisizione bersagli: l’S-400 è dotato del 91N6E “Big Bird” ed il 92N6E “Gravestone” per il controllo del fuoco, mentre l’S-300 per quest’ultimo compito ha in dotazione il 30N6E “Flap Lid”.

Si capiscono bene quindi le preoccupazioni di Tel Aviv: un sistema in grado di scoprire ed identificare a grande distanza bersagli in volo (300 km) ed abbatterli in un raggio di 100 km rappresenterebbe una seria minaccia per la IAF la cui linea di volo è ancora costituita – così come quella della maggioranza dei Paesi occidentali – da aerei “legacy” ovvero progettati tra gli anni ’70 e ’80, gli stessi anni in cui è stato progettato l’S-300 peraltro.

Voci di corridoio si sono alternate in questi giorni in merito alla questione e alla possibili ripercussioni a cominciare proprio da Mosca che, secondo fonti militari anonime riportate dal Kommersant lunedì, riferisce come l’eventuale tentativo di Israele di distruggere le batterie di S-300 avrebbe conseguenze “catastrofiche per tutte le parti in causa”.

Va comunque precisato che il Cremlino ha solo ventilato l’ipotesi di fornire questi sistemi di difesa aerea a Damasco, precisando, sempre per voce del Ministro Lavrov, che non è stata ancora presa alcuna decisione in merito e che eventualmente la consegna degli S-300 non verrebbe coperta da segreto, facendone quindi un palese caso diplomatico.

La risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere molto e nella giornata di martedì il Ministro della Difesa Liberman ha cercato di smorzare i toni affermando che “quello che è importante è che i sistemi forniti dalla Russia alla Siria non vengano usati contro di noi” pur aggiungendo che “una cosa deve essere chiara: se qualcuno spara contro i nostri aerei, lo distruggeremo, non importa se siano S-300 o S-700” con una nemmeno troppo velata nota di sarcasmo.
Sempre nella stessa occasione il Ministro Liberman ha ribadito che Israele non intende prendere parte nella guerra civile che attanaglia la Siria ma che prenderà ogni misura necessaria, anche militare, per impedire che sistemi d’arma avanzati finiscano nella mani di Hezbollah e per bloccare l’infiltrazione iraniana nel Paese.

Risulta chiaro infatti che la preoccupazione maggiore di Tel Aviv sia l’influenza iraniana nell’area attraverso l’appoggio diretto delle milizie di Hezbollah, ed infatti gli attacchi avvenuti in territorio siriano da parte israeliana hanno avuto come bersagli installazioni e depositi di materiale militare che sono stati ritenuti essere utilizzati da queste ultime.
Lo stesso attacco congiunto anglo-franco-americano del 14 aprile scorso sembra più essere stato un regalo ad Israele piuttosto che un tentativo di eliminare il presunto arsenale chimico di Damasco o la sua paventata capacità di produrlo: nei depositi corazzati colpiti non c’era traccia di gas, come ampiamente dimostrato, ma potrebbero essere stati usati proprio da Hezbollah per sistemare armi e munizioni fornite dall’Iran.

Iran che del resto ormai è direttamente coinvolto nel conflitto siriano, come abbiamo già avuto modo di dire recentemente, ed Israele teme appunto che l’eventuale cessione – perché a quanto pare non si tratterebbe nemmeno di vendita – degli S-300 da parte di Mosca a Damasco significherebbe una decisa svolta della Russia verso l’Iran per cercare di arginare il dominio dell’aria di Israele nell’aria mediorientale.

Un’eventualità simile porterebbe, molto probabilmente, ad un attacco preventivo di Tel Aviv verso i siti conosciuti di sistemi missilistici, verosimilmente condotto prima che questi diventino operativi e quindi non necessariamente utilizzando i pochi F-35 già consegnati alla IAF. A dirlo è l’ex capo dell’Intelligence Militare di Tel Aviv (l’Aman) Gen. Amos Yadlin – in carica dal 2006 al 2010 – che attualmente presiede il prestigioso Istituto per gli Studi di Sicurezza Nazionale. Secondo il Generale Yadlin, infatti, i vertici dell’aeronautica militare israeliana avrebbero già pronto un piano di attacco per ovviare a questa possibile minaccia; uno strike che molto probabilmente potrebbe vedere impiegati missili da crociera e bombe a caduta libera lanciati dagli F-15 ed F-16 della Iaf, oppure, qualora Tel Aviv volesse dare una dimostrazione di forza particolarmente efficace non solo sui suoi nemici dell’area ma anche verso la Russia, utilizzando i nuovi caccia di quinta generazione F-35, dichiarati “combat ready” a dicembre dello scorso anno.

Si sta quindi combattendo un’esplicita e delicata guerra diplomatica nell’area mediorientale, con Mosca tornata prepotentemente alla ribalta, nonostante gli annunci di Putin di un “ritiro” dalla Siria (ritiro che è rimasto praticamente solo sulla carta), a seguito dell’attacco alleato a Damasco. Una Russia che abilmente gioca su più fronti e che usa in particolar modo la vendita/cessione dei propri sistemi d’arma come strumento di pressione politica per bilanciare lo squilibrio di forze nell’area, dato principalmente dalla presenza americana nell’area e dalla fornitura di sistemi come il Thaad o l’F-35 a diversi attori geopolitici del Medio Oriente. Ecco spiegato perché il Ministro Lavrov ha dichiarato che, qualora si decidesse per la cessione degli S-300 a Damasco, il tutto sarebbe effettuato alla luce del Sole.  

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