La sera del 20 agosto scorso, Darya Dugina, figlia del filosofo e politologo russo Alexander Dugin, è stata uccisa in un attentato mentre era alla guida della sua autovettura nei pressi di Mosca. L’esplosione è stata molto probabilmente causata da una carica posizionata al di sotto del veicolo, e gli investigatori russi hanno individuato in agenti ucraini gli esecutori materiali dell’attentato.

Per l’Fsb, l’agenzia di sicurezza interna russa, l’autore sarebbe stato una cittadina ucraina identificata come Natalia Vovk, fuggita poi in Estonia, appartenente ai servizi segreti di Kiev.

La posizione russa sull’attentato

Secondo la ricostruzione dei russi, la Vovk era arrivata in Russia il 23 luglio 2022, insieme alla figlia Sofya Shaban, ed il giorno dell’attentato hanno partecipato al festival letterario e musicale Tradition, dove la Dugina era presente come ospite d’onore.

La rapidissima attribuzione all’Ucraina della responsabilità dell’assassinio della figlia di Dugin – il quale non ha alcun tipo di ruolo nella direzione politica del Cremlino al contrario di quanto si afferma – aveva destato sospetti sulla sua pretestuosità, anche considerando il livello delle propaganda interna russa che da mesi, anzi da anni, accusa falsamente Kiev di ogni nefandezza: da un presunto nazismo delle sue istituzioni sino alla volontà di dotarsi di armamento nucleare – mai dimostrata – o della presenza di laboratori di armi biologiche, la cui esistenza non è ancora stata provata.

La versione degli Stati Uniti

La conferma indiretta della paternità ucraina è arrivata però, in modo inaspettato, dagli Stati Uniti: nella serata di mercoledì 5 ottobre, infatti, l’intelligence Usa ha rilasciato una dichiarazione in cui afferma che dietro l’omicidio della Dugina ci sia il governo di Kiev, precisando che Washington “non ha preso parte all’attacco, né fornendo informazioni né altre forme di assistenza”, ma soprattutto sottolineando che i servizi statunitensi non erano a conoscenza dell’operazione e si sarebbero opposti se fossero stati consultati.

Gli Stati Uniti si sono quindi smarcati nettamente da possibili corresponsabilità nell’assassinio della figlia di Dugin, ma risulta particolarmente interessante la parte finale della dichiarazione dell’intelligence.

Perché, infatti, Washington ha sentito il bisogno di specificare che, qualora fossero stati avvisati della volontà di Kiev di procedere all’attentato, si sarebbero opposti?

Per cominciare escludiamo subito una prima possibilità di spiegazione: quanto accaduto non ha quasi nulla a che vedere con l’agitazione dello spettro atomico da parte di Mosca. Sebbene lo Stato maggiore russo preveda la possibilità di usare armi nucleari tattiche – e anche, limitatamente, strategiche – per risolvere un conflitto convenzionale come quello ucraino, l’attivazione di questo meccanismo non è scontata e immediatamente consequenziale, ma procede per gradi, e ha molto a che vedere con il contesto politico russo, quindi con la linea tenuta dalla leadership del Cremlino.

Gli obiettivi di Mosca

Attualmente Mosca ha dimostrato, con l’ordine di mobilitazione parziale dei riservisti, di procedere a piccoli passi verso l’escalation: le forze raccolte verranno impiegate nel conflitto per il controllo del territorio, in modo da liberare da questo impegno gravoso i reparti di punta composti per buona parte da soldati professionisti. Il problema, infatti, è la soppressione dell’attività partigiana, che è particolarmente intensa e ha avuto un ruolo fondamentale nel successo della controffensiva ucraina che ha portato alla liberazione dell’oblast di Kharkiv e del cedimento parziale del fronte nell’area di Kherson in queste ultime ore.

Secondariamente, ma non meno importante, se da un lato ci sono personaggi politici russi che caldeggiano l’uso del nucleare tattico come il comandante ceceno Ramzan Kadyrov e lo stesso Dmitrij Medvedev, attuale vicepresidente del consiglio di sicurezza della Federazione, dall’altro il presidente Vladimir Putin ha dimostrato di essere molto più cauto nelle minacce nucleari, nonostante gli ultimi proclami, non mobilitando né elevando l’allerta delle unità preposte allo scopo.

Anche le preoccupazioni diffuse dalla stampa per il treno russo trasportante “kit nucleare” si rivelano infondate: data la natura dei mezzi in questione, si tratta quasi certamente dello spostamento di ulteriori veicoli blindati da combattimento verso l’Ucraina per sopperire alle perdite subite durante il conflitto.

Che significato attribuire, allora, al messaggio statunitense?

Il segnale Usa alla Russa

Molto probabilmente si tratta di un piccolo segnale di de-escalation lanciato alla Russia: in questo modo Washington ha fatto capire che non avalla le operazioni belliche, o similari, in territorio russo, rispondendo così alle minacce di ritorsione di Mosca in caso contrario.

Un’ulteriore prova a sostegno di questa tesi è la linea tenuta finora dalla Casa Bianca sull’invio di armamenti missilistici a lungo raggio all’Ucraina: sebbene il Congresso Usa, qualche mese fa, si sia detto favorevole con parere bipartisan alla possibilità di fornire i missili Atacms per i Mlrs (Multiple Launch Rockest System) tipo M-142 Himars ucraini, l’esecutivo statunitense si è sempre opposto.

Il messaggio dell’intelligence Usa può anche avere un’ulteriore chiave di lettura: probabilmente, ma qui la percentuale di certezza è bassa, Washington ha voluto redarguire il governo di Kiev, che recentemente ha affermato di non essere disposto a trattare finché alla guida del Cremlino ci sarà il presidente Putin. Si tratta di una dichiarazione molto forte, e parimenti aleatoria, che esula dal codice della diplomazia che anche in guerra prevede che le parti belligeranti “si parlino”.

Soprattutto la dichiarazione può facilmente venire letta come un invito al cambio di regime al Cremlino, fattore altamente destabilizzante e condizione principale per l’innesco di una definitiva escalation del conflitto.

La comunicazione dell’intelligence statunitense quindi la leggiamo come un piccolo segnale di rassicurazione per Mosca, anche se Washington resta fermamente coinvolta nel proseguimento dell’assistenza militare e del sostegno politico a Kiev affinché impegni la Russia in un conflitto logorante per le proprie risorse.

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