Con l’inizio dell’operazione “Soleimani martire”, nella quale missili iraniani hanno colpito due basi irachene – quelle di Ayan al-Asad e di Erbil – dove sono stanziati circa 1500 soldati statunitensi e della coalizione internazionale, la Repubblica Islamica dell’Iran ha risposto all’uccisione del generale Qasem Soleimani avvenuta lo scorso 3 gennaio, a Baghdad, senza però rischiare di provocare un conflitto aperto fra Teheran e Washington. Che nessuno dei due vuole. Il leader della rivoluzione islamica, l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei, ha sottolineato che l’attacco iraniano alle basi statunitensi in Iraq a seguito dell’assassinio di Soleimani rappresenta “uno schiaffo”.

“Per ora, uno schiaffo è stato dato sul loro volto ieri sera” ha rimarcato Khamenei. “Ciò che è importante nello scontro è che l’azione militare in quanto tale non è sufficiente. Ciò che è conta è che la presenza americana nella regione debba cessare”, ha osservato. La tv di Stato iraniana aveva parlato dell’uccisione di “ottanta terroristi americani”, ma Washington e Baghdad hanno smentito tale ipotesi.

Governo iracheno avvertito dell’attacco

Elemento fondamentale, come conferma il Guardian, è rappresentato dal fatto che l’ufficio del primo ministro iracheno ha dichiarato di aver ricevuto un messaggio dagli iraniani poco dopo mezzanotte in cui si diceva che la loro “risposta all’assassinio del martire Qasem Soleimani era iniziata o sarebbe iniziata a breve” e si sarebbe limitata ai militari statunitensi di stanza in Iraq. Di fatto, le truppe hanno potuto mettersi precauzionalmente  al riparo. Come osserva Limes, inoltre, se davvero – come pare – non ci fossero morti, significherebbe che Teheran ha scelto di fermarsi a un passo dal dichiarare guerra agli Stati Uniti. Che ha individuato la risposta più grave fra quelle al di qua della soglia dell’accettabilità per Washington.

Uno “schiaffo” sì, molto più che un un attacco dimostrativo e simbolico, ma certamente non una dichiarazione di guerra né la volontà di aprire a un confronto diretto o una guerra aperta che non converrebbe a nessuno, anche se il rischio di incappare in errori di calcolo in questa delicatissima fase della crisi è molto alto. Il ministro della Difesa iraniano Amir Hatami, ha spiegato ai giornalisti che le prossime mosse di Teheran “saranno proporzionate a ciò che farà Washington”. “La nostra prossima misura sarà naturalmente proporzionata a quelle che gli americani prenderanno” ha detto. La Guardia rivoluzionaria islamica ha avvertito gli Stati Uniti di non vendicarsi per l’attacco iraniano, minacciando altresì gli Usa di dover affrontare “una risposta più dolorosa e schiacciante”, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Fars.

Secondo il ministro degli esteri Zarif, l’attacco rappresenta una risposta proporzionata al raid contro Soleimani: “L’Iran ha preso e concluso misure proporzionate di autodifesa ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite colpendo la base da cui sono stati lanciati attacchi armati codardi contro i nostri cittadini e alti funzionari. Non cerchiamo l’escalation o la guerra, ma ci difenderemo da qualsiasi aggressione”. Sta di fatto che Teheran avrebbe potuto condurre azioni ben più eclatanti e clamorose. Ma ha deciso di limitarsi a uno “schiaffo”, almeno per ora.

“Guerra asimmetrica, non uno scontro aperto”

L’ex comandante del Centcom in pensione, il generale dell’esercito Joseph Votel, ha spiegato al Military Times che nonostante l’attacco missilistico alle basi Usa, non prevede una grande guerra di terra. “Una grande guerra tra eserciti non è molto probabile a mio avviso. È più probabile che si continui con attacchi asimmetrici e missili”. Secondo Scott Rider, ex ufficiale dei Marine che ha prestato servizio in Iraq e nel Golfo Persico, Teheran terrà fede al vecchio proverbio La vendetta è un piatto che va servito freddo. “La strategia iraniana di guerra asimmetrica all’aggressione americana era stata messa in atto da Soleimani quando era in vita ed è valida ancora oggi” osserva Rider. “La leadership iraniana sa che qualsiasi azione precipitosa da parte sua giocherebbe solo a favore degli Usa. Nel cercare vendetta per l’assassinio di Qasem Suleimani, molto probabilmente l’Iran impiegherà molto tempo, perché la vendetta è un piatto che va servito freddo”. Nessuna fretta, dunque, per la vendetta da parte iraniana. La variabile, semmai, è rappresentata dall’imprevedibile The Donald, che per ora si è limitato a un “va tutto bene”, commentando l’attacco missilistico iraniano. Sarà davvero così?

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