Manca meno di un mese alle elezioni legislative in Iran e il clima si fa sempre più teso. A pesare sulle prossime urne sono principalmente due fattori: l’uccisione da parte degli Stati Uniti del generale Qassem Soleimani e le proteste che da novembre infiammano il Paese. I cittadini sono inizialmente scesi in piazza contro il caro benzina, ma da settimane protestano contro l’abbattimento di un aereo di linea ucraino che ha causato la morte di 170 passeggeri. Ma il malcontento della popolazione è molto più vasto e a pagarne le conseguenze a livello politico saranno i riformisti.

Il veto del Consiglio dei Guardiani

I cittadini iraniani il 21 febbraio saranno chiamati alle urne per eleggere i rappresentanti dell’Assemblea consultiva islamica, l’organo legislativo della Repubblica dell’Iran. La sua composizione sarà decisiva per l’elezione del presidente, prevista per il 2021, e fornirà delle prime indicazioni sul malcontento degli elettori nei confronti dell’attuale Governo. Come sempre, la sfida sarà tra i riformisti e conservatori, desiderosi di riconquistare il potere perduto alle ultime due tornate elettorali. A giocare in favore di quest’ultimo gruppo politico è senza dubbio il Consiglio dei Guardiani, l’organo composto da 12 membri e il cui compito è, tra gli altri, quello di approvare le candidature per il Parlamento e la Presidenza della Repubblica islamica. A gennaio il Consiglio ha annunciato che ben 9 mila candidati alle urne di febbraio su 14.500 totali non potranno presentarsi alle elezioni: un dato significativo, soprattutto se si considera che la maggior parte degli esclusi fanno parte del blocco riformista, 90 dei quali sono politici attualmente in carica che non potranno quindi ripresentarsi ai propri elettori. Secondo quanto specificato dal Consiglio, i candidati esclusi si sono macchiati di crimini come frode e corruzione, ma in alcuni casi l’accusa è di mancanza di dedizione all’Islam. La decisione del Consiglio è stata molto criticata dal presidente Rouhani, che ha chiesto ai Guardiani di rivedere la loro decisione e di permettere “a tutti i partiti e a tutti i gruppi di partecipare alle elezioni” perché gli elettori “vogliono candidati diversi” e non di una sola fazione.

I riformisti indeboliti

Ma l’esclusione di propri candidati dalle elezioni non è l’unico problema per i riformisti, né il principale. La delusione dei cittadini nei confronti del presidente e dei suoi è sempre più diffusa, come dimostrano tanto le proteste degli ultimi mesi quanto i più recenti sondaggi. Rouhani e il ministro degli esteri Zarif avevano puntato sul miglioramento delle relazioni dell’Iran con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di liberare il Paese dal peso delle sanzioni e avviare così un periodo di crescita economica di cui avrebbero dovuto beneficiare tutte le fasce della popolazione. Così però non è stato a causa del ritiro proprio degli Usa dall’accordo sul nucleare del 2015 e alla fine il malcontento è esploso nelle proteste che a fine 2019 hanno interessato il Paese. A scendere in piazza sono state soprattutto le fasce più povere della popolazione, mentre la classe media che aveva guidato le proteste del 2009 è rimasta per lo più in disparte, pur non nascondendo la propria delusione nei confronti dei riformisti. A decretare la perdita di popolarità di questi ultimi però non sono stati solo gli Stati Uniti: Rouhani e i suoi avevano infatti promesso delle riforme sociali e politiche che non sono stati in grado di potare avanti e hanno permesso che le proteste di novembre venissero represse brutalmente. Un Parlamento a maggioranza conservatore poi limiterà ulteriormente i margini di manovra del presidente nel suo ultimo anno al potere, minandone ulteriormente la credibilità.

Ultimo episodio che ha indebolito ulteriormente la posizione dei riformisti è l’uccisione di Soleimani. Questa operazione ha infatti rafforzato i falchi iraniani, che da sempre condannano l’apertura del presidente e del ministro degli Esteri Zarif nei confronti degli Stati Uniti, nemico numero uno della Repubblica islamica fin dalla sua fondazione. Alla luce di questi fattori sembra sempre più improbabile che i riformisti riescano a vincere alle imminenti elezioni parlamentari, con conseguenze importanti anche sulle presidenziali del 2021.

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