Kamala Harris vuole, anzi deve, recuperare terreno a sinistra. Si spiega così, con un mero calcolo politico, la scelta della candidata alle primarie democratiche, che è tra i favoriti per la nomination. di aderire alla battaglia tramite cui una parte degli asinelli vorrebbe abolire il Columbus Day.

Tutti, di questi tempi, vanno a rimorchio di Alexandria Ocasio Cortez, che è stata una delle prime a segnalare il caso: aveva proposto di eliminare la festività dedicata allo scopritore italiano, sostituendola sul calendario con il giorno in cui si tengono le votazioni, cioè l’Election Day. In concomitanza con le presidenziali o con l’elezione del governatore di uno Stato, insomma, i cittadini americani potrebbero, in caso la cosa prendesse piede, non andare a lavoro.

Kamala Harris, a guardare bene, sta andando a rimorchio della maggior parte delle proposte avanzate dalla più giovane deputata della storia degli Stati Uniti. Dal grande piano ambientalista. anche detto “Green New Deal”, alle proposte in materia sanitaria, quasi tutti si stanno facendo dettare i tempi da una ventinovenne. Pure l’ex premier Paolo Gentiloni ha fatto riferimento, all’interno di un convegno svoltosi nel Belpaese, alla vicenda politica della Cortez. L’internazionalismo e la passione dei politici del centrosinistra italiano per i leader della sinistra occidentale non fanno più notizia.

La Harris, che per ora non è imitata nel Belpaese, è una candidata progressista, buona per il centro, ma pure per la sinistra democratica. La senatrice della California potrebbe essere maldigerita dagli elettori e dai simpatizzanti socialisti, che nel frattempo stanno continuando a donare somme di denaro a Bernie Sanders. Il “vecchio leone” del Vermont ha già raggiunto la soglia dei 10 milioni di dollari. Questo trend sembra spaventare Donald Trump, che ha iniziato ad attaccare il senatore settantasettenne a testa bassa. Il quadro è in movimento. Fornite queste brevi informazioni, è possibile comprendere il perché di questo dibattito attorno al 12 ottobre.

Cristoforo Colombo è, da qualche anno, un vero e proprio oggetto di propaganda politica. Il navigatore è stato pure vittima, per così dire, della “guerra delle statue”. Le grandi città finanziarizzate mettono al bando la sua figura, perché gli amministratori delle stesse la ritengono identificabile, magari responsabile, con lo sfruttamento, il maltrattamento e il genocidio perpetrato ai danni delle popolazioni indigene. Kamala Harris è indo – giamaicana, ma “indo” sta per originaria dell’India per parte di madre. Ma questa è una buona occasione per strizzare l’occhio a una minoranza e, nel contempo, gettare la canna da pesca nello stagno dei voti a tinte socialiste. Dove queste istanze sono più sentite.

Le guerre con le popolazioni indigene sono state una costante dei primi secoli americani. A Wounded Knee, per citare uno dei casi meglio sciorinati dalla storiografia, sono stati uccisi, attraverso modalità atroci, centinaia di indiani Sioux. Tra questi, soprattutto minori e persone di sesso femminile. Era il 1890,  quattrocento anni dopo l’attracco delle tre caravelle. Il governo di allora desiderava l’annessione di quei territori.

Colombo era morto da un po’. Eppure, i conti con il passato, i democratici li fanno con l’esploratore genovese.

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