Esiste una “Dottrina Trump”? A due anni dall’elezione del tycoon alla Casa Bianca gli esperti s’interrogano sulla strategia – talvolta confusa e contraddittoria – del presidente americano. Secondo Kiron Skinner, studiosa della Carnagie Mellon University e autrice due libri sulla presidenza Reagan, voluta da Mike Pompeo al Dipartimento di Stato come direttore del Policy Planning, il più grande merito dell’attuale presidente è quello di aver messo al centro del dibattito la questione “della sovranità e dello stato nazionale”, rinunciando al multilateralismo e al globalismo dell’amministrazione Obama.

Skinner spiega che, a quasi due anni di mandato, sta emergendo una “Dottrina Trump” contro quella che la studiosa definisce “la retorica e la critica che ha preso il sopravvento sulla realtà”. Una dottrina intesa come “un percorso” affinché “l’America recuperi il suo ruolo e spinga gli alleati a fare lo stesso”, con il dipartimento di Stato impegnato a “guidare la diplomazia”.

L’interesse nazionale al centro

Le parole della studiosa, riportate da AdnKronos, si concentrano anche sui movimenti populisti e nazionalisti emersi in Europa negli ultimi anni. A tal proposito Skinner dichiara di non sapere “quale ‘ismo si debba usare, se populismo o nazionalismo, ma credo che siamo di fronte ad un tentativo di riaffermare quello che è lo stato nazionale” di fronte ad organismi e burocrazie transnazionali “che prendono decisioni che hanno effetti sulle vite delle persone”. “Quello che stiamo vedendo globalmente con questi movimenti, che siano populisti o nazionalisti è un tentativo delle persone di stabilire quello che funziona per loro” afferma. 

Movimenti che, secondo l’accademica, riescono a dare risposte a quei lavoratori traditi dalla globalizzazione e dalla promessa di un mondo migliore e che hanno avuto un ruolo importante nell’elezione di Trump, “perché le persone”, afferma, “non vogliono più sentire parlare di libero commercio, libertà, democrazia”. “Queste cose sono importanti per loro, ma bisogna vedere come sostenerle nel mondo mentre ti occupi del tuo popolo”. “E credo”, conclude, “che i leader, che siano populisti o nazionalisti o qualsiasi altra cosa, che trovano il vocabolario e le politiche giuste per affrontare queste sfide del futuro saranno vincenti nei prossimi decenni”.

Emblematiche, se parliamo di risveglio patriottico, le parole pronunciate da Trump all’Onu lo scorso settembre:  “Dentro ognuno di noi in questa grande sala oggi, e dentro tutti coloro che ci ascoltano nel mondo, c’è un cuore patriottico che prova lo stesso intenso amore per la propria nazione, la stessa profonda lealtà verso la propria madrepatria. La passione che brucia nei nostri cuori di patrioti e le anime delle nazioni hanno inspirato riforme e rivoluzioni, sacrificio e altruismo, rivoluzioni scientifiche e splendidi capolavori artistici”.

Il declino dell’ordine liberale e l’ascesa di Donald Trump

In campagna elettorale, Donald Trump fu l’unico – insieme al “socialista” Bernie Sanders – a mettere in discussione la strategia dell’egemonia liberale che aveva contraddistinto, pur con dei distinguo, le amministrazioni Clinton, Bush e Obama. Alla fine della Guerra Fredda, infatti, il famoso politologo Francis Fukuyama pubblicò il celebre saggio The End of History?: il liberalismo, sostenne, sconfisse il fascismo nella prima metà del XX secolo e il comunismo nella seconda metà, e ora non rimane alcuna valida alternativa. Il mondo, secondo il parere del politologo, sarebbe stato interamente popolato da democrazie liberali e nessuna nazione avrebbe avuto alcuna controversia significativa.

“In un mondo in cui la libertà, non la tirannia, è in marcia”, proclamò Bill Clinton durante la campagna per la Casa Bianca nel 1992, “il cinico calcolo delle politiche del potere semplicemente non funziona più. Non è adatto a una nuova era in cui le idee e le informazioni vengono trasmesse in tutto il mondo prima che gli ambasciatori possano leggere i loro cables”. Questo diffuso ottimismo e universalismo imperniato sulla leadership degli Stati Uniti attraverso le cinque istituzioni internazionali (Nazioni Unite, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Accordo generale sulle tariffe e sul commercio, la Nato), ha portato molti studiosi e politici a credere che l’epoca “realista” della cinica logica di potenza fra stati sarebbe finita. Si sbagliavano. 

Da dove nasce il fenomeno Trump 

L’11 settembre 2001, le disastrose guerre in Iraq e in Afghanistan e in tutto il Medio Oriente, la crisi finanziaria del 2007, il risveglio dell’orso russo e l’ascesa della Cina, hanno drasticamente cambiato le carte in tavola: l’Occidente a guida americana non era più imbattibile, e gli stessi elettori americani hanno cominciato a rifiutare una politica estera troppo ambiziosa – quell’egemonia liberale – premiando chi, come Donald Trump, prometteva un sostanziale disimpegno dall’estero per far fronte ai problemi domestici. Trump, nel mare di contraddizioni che lo ha segnato da quanto è diventato presidente, non è altro che un prodotto dal fallimento dell’egemonia liberale a guida americana. 

Trump, il “jacksoniano”

Almeno in parte, Donald Trump è stato il primo, da molto tempo a questa parte, a mettere in discussione la visione wilsoniana che ha contraddistinto gran parte dei presidenti americani. Come scrive Walter Russel Mead su Foreign Affairs, il populismo di Trump è radicato “nel pensiero e nella cultura del primo presidente populista del Paese, Andrew Jackson”. Per i jacksoniani, e al contrario dei wilsoniani, “gli Stati Uniti non sono un’entità politica creata e definita da una serie di proposizioni intellettuali radicate nell’illuminismo e orientate verso l’adempimento di una missione universale”. Piuttosto, spiega, “è lo stato-nazione del popolo americano”.

I jacksoniani quindi vedono l’eccezionalismo americano “non come una vocazione americana di trasformare il mondo” ma, piuttosto “come l’impegno di garantire l’uguaglianza e la dignità dei singoli cittadini americani. Il ruolo del governo degli Stati Uniti, ritengono i Jacksoniani, è quello di soddisfare il destino del Paese”. Per tutta una serie di fattori, la rivoluzione promessa da Donald Trump in politica estera non è (del tutto) riuscita e gli Stati Uniti continuano ad essere impegnati in numerose parti del mondo; ma la consapevolezza che siano gli stati-nazione a guidare la politica internazionale rimane un passaggio decisivo nei confronti di un globalismo che doveva essere ineluttabile e Destino Manifesto. 

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