L’attacco deciso dal presidente statunitense Donald Trump e terminato con l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha colto il mondo intero di sorpresa, mettendo in allarme non solo i nemici degli Stati Uniti ma anche i loro alleati. La mossa Usa ha infatti destabilizzato la regione mediorientale, mettendo fortemente a repentaglio gli equilibri dell’area e la sicurezza degli Stati alleati degli americani. Trump quindi ha ancora una volta dimostrato di avere ben poca considerazione di quelli che dovrebbero essere i suoi amici in Medio Oriente, soprattutto se si considera che il tycoon pare abbia lanciato la sua operazione in territorio iracheno senza preavvisare nessuno (eccezion fatta per Israele). La forza destabilizzante del presidente americano e la sua politica estera mediorientale spesso mutevole si contrappongono nettamente con quella che è invece la posizione assunta nella regione da un’altra potenza: la Russia.

La visita di Putin in Siria

Per la seconda volta dall’inizio della guerra, il presidente russo Vladimir Putin ha visitato a sorpresa il suo omologo siriano Bashar al Assad. Il capo del Cremlino è arrivato all’aeroporto di Damasco il 7 gennaio, ma l’incontro tra i due leader è avvenuto non nelle sedi del Governo siriano bensì nel centro di comando delle forze russe. Un dettaglio di non poco conto nel braccio di ferro sotterraneo tra gli stessi alleati nello stabilire chi realmente comanda nel Paese mediorientale. Durante questo meeting a sorpresa, il presidente russo ha riconosciuto i progressi fatti nel corso della guerra e il quasi totale ripristino dell’ordine nel Paese, mentre il suo omologo siriano ha ringraziato Putin per l’aiuto fornitogli a partire dal 2015. “Putin ha sottolineato che si può certamente affermare ora che è stato coperto molto terreno per ripristinare lo Stato e l’integrità territoriale della Siria”, ha dichiarato il portavoce del presidente russo. “Putin ha anche sottolineato che si vede a occhio nudo che la vita pacifica sta tornando nelle strade di Damasco”.

Il vuoto di potere iraniano in Siria

Ma il capo di Stato russo non è certo volato fino a Damasco solo per ricevere i complimenti di Assad. I veri obiettivi di Putin erano ben altri e tutti legati all’attuale situazione in Medio Oriente. La morte del generale Soleimani ha infatti creato un vuoto di potere non solo in Iran, ma anche in Siria, Paese in cui il capo dei Quds ricopriva un ruolo importante nella difesa di Assad: Teheran infatti è stato il primo a schierarsi in difesa del presidente siriano fin dall’inizio del conflitto e Soleimani si era occupato in prima persona delle strategie militari da impiegare nel Paese per evitare la caduta di un regime utile agli interessi dell’Iran. Va inoltre ricordato che nel nord est della Siria sono attualmente presenti i militari americani, il che rende quella parte di Paese particolarmente vulnerabile dopo le minacce iraniane di ritorsione proprio contro le truppe Usa stanziate nella regione mediorientale.

Putin con la sua visita ha quindi voluto riaffermare la presenza della Russia in Siria e il suo sostegno al governo di Bashar al Assad, rimarcando ancora una volta come la politica estera russa sia ben diversa da quella americana, tristemente nota negli ultimi anni per la scarsa considerazione data ai suoi alleati. Inoltre, la morte di Soleimani e l’indebolimento della presenza iraniana in Siria può avere dei risvolti positivi per la Russia: Putin potrebbe infatti approfittarne per assicurarsi una maggiore influenza sul presidente siriano in vista della ricostruzione del Paese al termine della guerra quasi decennale. La Russia ha già firmato importanti contratti riguardanti lo sfruttamento delle risorse energetiche del Paese, ma ci sono anche altri settori in cui sarebbe ben lieta di espandersi. A danno anche dell’Iran.

Il ruolo di mediatore

Con la visita a sorpresa in Siria, il presidente russo ha anche voluto rimarcare il suo ruolo di mediatore nella regione. Oggi Putin è infatti atteso a Istanbul per un incontro con il suo omologo turco e durante il meeting uno degli argomenti di discussione sarà proprio il conflitto siriano. Nonostante Turchia e Russia combattano su fronti opposti, i due Paesi insieme all’Iran formano il Gruppo di Astana e gli accordi presi tra di loro sono fondamentali per l’andamento della guerra. Al momento i due fronti caldi in Siria sono da una parte Idlib, dall’altra il nord est ed entrambi saranno al centro dell’incontro tra Putin ed Erdogan. Prima di questo incontro però Putin ha deciso di recarsi dal presidente siriano, quasi a volersi consultare con il suo omologo prima di incontrare il capo di Stato turco, e per mandare un messaggio alla Turchia: a comandare in Siria, anche nella situazione attuale, è sempre e comunque la Russia.

Ultimo dettaglio di non poco conto è poi la visita fatta da Putin ai luoghi sacri di Damasco in occasione del natale ortodosso: il presidente russo si è recato nella Grande Moschea omayyade e al santuario di San Giovanni Battista, oltre ad aver visitato la cattedrale mariamita di Damasco, la chiesa più antica della capitale nonché sede del Patriarcato greco ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente. Lì, accompagnato da Assad (alawita) e alla presenza di funzionari tanto ortodossi quanto maroniti, ha regalando un’icona della Vergine Maria. Un segnale anche questo del ruolo mediatore che il presidente russo ha ormai fatto suo e che cerca di rimarcare anche attraverso la religione.

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