Le piazze di Baghdad, Beirut e Teheran da mesi o da poche settimane sono diventate campo di battaglia di una popolazione scontenta della propria classe politica e desiderosa di nuove riforme e migliori prospettive di vita. Manifestanti di tutte le età e delle diverse classi sociali si sono ritrovati sotto gli stessi slogan, senza leader, senza più nulla da perdere, stanchi delle condizioni di vita che anni di mala politica e corruzione hanno imposto loro. Ma le proteste non hanno avuto un impatto solo sui Governi dei singoli Paesi, ma anche sull’espansione nella regione di un particolare Stato: l’Iran.

Il caso dell’Iraq

Lavoro, migliori condizioni di vita, fine del nepotismo e della corruzione sono le parole d’ordine che risuonano nelle strade dell’Iraq, con particolare intensità nel sud del Paese. Ma se il principale il nemico dei manifestanti è la classe politica dirigente, non sono mancate le critiche contro l’Iran e la sudditanza dell’attuale premier e di altri politici iracheni nei confronti di Teheran. A sottolineare la valenza delle accuse mosse dai manifestanti sono state alcune importanti rivelazioni che hanno messo in luce gli stretti legami tra la politica irachena e quella iraniana. I documenti in realtà non hanno fatto altro che confermare ciò che era già noto a tutti, manifestanti in primis,ma la loro diffusione ha comunque contribuito a infiammare le proteste. Fin dalla caduta di Saddam Hussein e in misura maggiore dopo il ritiro delle truppe Usa nel 2011, l’Iran ha espanso notevolmente la sua influenza in Iraq, cooptando la classe politica e utilizzando tanto la lotta contro l’Isis quanto i timori della componente sciita di una futura guerra civile per incrementare il controllo nel Paese vicino. Le ultime proteste però destano non poca preoccupazione a Teheran: la caduta dell’attuale Governo guidato da Abdul Mahdi sarebbe un duro colpo per l’Iran, che era riuscito a mettere alla guida dell’Iraq un uomo vicino agli Ayatollah e la cui investitura aveva accontentato tanto il partito Fatah quanto quello guidato da Moqtada al Sadr, entrambe formazioni sciite irachene. Il ritorno alle urne ventilato dal leader del Sadrist Movement non sarebbe quindi visto con favore da Teheran, che rischia di trovarsi alla guida di Baghdad qualcuno meno ben disposto nei propri confronti.

Il Libano di Hezbollah

L’Iraq non è l’unico vicino di casa sciita che agita il sonno degli Ayatollah. Anche in Libano le proteste continuano senza sosta contro la classe politica e in questo caso siamo di fronte a manifestazioni che attraversano trasversalmente la società senza distinzione di classe e soprattutto di gruppi di appartenenza. Il Libano è uno dei Paesi mediorientali in cui la divisione settaria è maggiormente sentita, con una profonda influenza anche a livello di distribuzione del potere politico. Una delle richieste dei manifestanti però è proprio il superamento di questo modello settario per dare invece vita ad una società maggiormente omogenea e priva di divisioni così marcate. Una simile prospettiva non troverà mai l’appoggio né dell’Iran né tantomeno di Hezbollah, che fin dall’inizio ha dimostrato più o meno apertamente la sua disapprovazione nei confronti delle proteste e non ha accettato le dimissioni del premier Hariri. A seguito delle ultime elezioni, il partito di Dio è riuscito ad ottenere un potere mai avuto prima, entrando a far parte della coalizione guidata da Hariri, e non ha alcuna intenzione di rinunciare ai Ministeri che gli sono stati affidati. Un rifiuto che trova d’accordo anche Teheran, che non può permettersi di allentare la presa sul Libano, soprattutto adesso che il potere dei suoi alleati iracheni vacilla.

Le proteste in Iran

Baghdad e Beirut non sono le uniche piazze a ribellarsi contro i proprio Governi e contro l’influenza iraniana. Il regime degli Ayatollah da alcune settimane deve fare i conti anche con il dissenso interno al suo stesso Paese, dopo il rincaro dei prezzi della benzina decisi dal premier Hassan Rouhani. A fronte di una diminuzione delle entrate derivanti dalla vendita di petrolio, il primo ministro ha scelto di innalzare il costo del greggio e usare i proventi per aiutare le fasce più povere della popolazione, seguendo così una precisa strategia: meglio inimicarsi le classi medio-alte, normalmente meno propense alle rivolte, che quelle meno abbienti, che potrebbero invece inscenare proteste simili a quelle che si stanno registrando in Iraq e Libano. Le attuali manifestazioni stanno tuttavia mettendo a dura prova il Governo iraniano, che non è tardato ad intervenire con la forza per reprimere i manifestanti, limitando anche l’accesso alla rete della popolazione e accusando ancora una volta gli Stati Uniti di essere dietro all’ondata di proteste che sta interessando non solo l’Iran, ma anche l’Iraq e il Libano.

Il sogno della mezzaluna sciita

Quando si parla dell’influenza iraniana in Medio Oriente ci si imbatte spesso nella “Mezzaluna sciita”, un’area che va dall’Iran fino al Libano passando per l’Iraq e la Siria e che permetterebbe a Teheran di espandere la propria presenza fino alle porte di Israele. Tale progetto è ovviamente ostacolato tanto dallo Stato ebraico, quanto dagli Stati Uniti, senza parlare degli altri Stati arabi a maggioranza sunnita che non vedono di buon occhio una simile espansione sciita nella regione.

È tuttavia in quest’ottica che può essere letto l’interesse dell’Iran verso Iraq, Libano e Siria e il timore avvertito da Teheran nei confronti delle proteste che stanno mettendo a repentaglio l’ordine politico vigente. Al momento, l’unico Paese in cui la presenza iraniana sembra meno contestata è la Siria, grazie alla vittoria di Bashar al Assad – o meglio della Russia –  nella guerra che da otto anni interessa il Paese e che ha permesso all’Iran di avere una presenza ancora più significativa a Damasco. La Siria però non è che un tassello nel più grande progetto della Mezzaluna sciita e Teheran non ha alcuna intenzione di rinunciare alla propria espansione regionale, soprattutto adesso che il ruolo degli Usa in Medio Oriente è meno assertivo che in passato. Non resta che vedere che piega prenderanno tanto le proteste in patria quanto quelle in Libano e Iraq e quanto il regime degli Ayatollah riuscirà e volgerle in proprio favore. O almeno a contenerne i danni.

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