L’entrata dell’Ucraina nell’Unione Europea non appare all’ordine del giorno, complice anche la natura sempre più complicata del conflitto con la Russia che non pare presentare, ad ora, vie d’uscita. Ma, in prospettiva, l’idea di un avvicinamento tra Kiev e Bruxelles, rilanciando un sentiero che è stato sbarrato nel 2014 dal conflitto congelato nel Donbass, porrà diversi interrogativi circa l’eventualità di compiere un avanzamento del genere. E, ragionando nell’ottica della geopolitica italiana, Roma dovrebbe anticipare i tempi e porsi come garante di un processo di questo tipo.

I tre motivi per un’Ucraina sotto ala italiana

Lo abbiamo detto in riferimento al tema energetico: contro la crisi in atto per l’Italia serve pensare in grande e in maniera originale per non morire d’ignavia. Il fatto che Mario Draghi abbia dichiarato esplicitamente dopo il discorso di Volodymir Zelensky al Parlamento riunito che Roma vuole Kiev nell’Ue apre diverse prospettive interessanti che vanno valutate.

Può sembrare prematuro discutere, ora più che mai, in questi termini ma c’è un’eventualità che va sottolineata: per l’Italia fare da sponsor e garante di un avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea significa, in un certo senso, depotenziare la necessità del vero rischio geostrategico, e cioè la domanda di accesso dell’Ucraina alla Nato. E significa farlo nella prospettiva di ricostruire un ponte tra Europa e oriente, con direzione Russia.

Un’Ucraina veramente indipendente, in ripresa economica e sovrana, farebbe da antemurale all’opzione più problematica, e cioè che l’europeizzazione della nazione avvenga in forma simile a quella tipica di Paesi come la limitrofa Polonia, portavoce di una visione dell’integrazione europea antitetica a quella propria dell’Italia, che deve invece guardare alla saldatura tra area mediterranea ed estero vicino balcanico per puntare a creare una vera zona di influenza. Per un’Europa che sia autonoma e strategicamente attiva, prima ancora che atlantica, una strategia di tale misura è fondamentale.

In secondo luogo, parlare all’Ucraina significa parlare anche ai Paesi della regione ad essa vicina, significa promuovere integrazione energetica, geopolitica, strategica e inserirsi da Paese influente nell’area di pertinenza per la politica estera del nostro Paese. Con attori come la Romania e la Grecia si può costruire un asse tale da aprire a una sfera d’influenza estesa al Mediterraneo e al Mar Nero, valorizzato da accordi securitari, energetici, diplomatici in grado di contenere l’esuberanza di un attore come la Turchia, evitare penetrazioni russe ostili e alzare la posta contrattuale per l’interessamento di Ue e Nato al fianco Sud. La prospettiva di attrarre l’Ucraina in quest’ottica appare dunque cruciale.

In terzo luogo, un’Ucraina “europea” sarebbe un fattore di diluizione dell’egemonia del blocco austeritario e dei falchi a causa dei fondi richiesti per la ricostruzione. Con una popolazione di 44 milioni di abitanti, di poco inferiore a quella spagnola e superiore a quella polacca, Kiev sarebbe il quinto Paese per demografia e rappresentanza parlamentare a Strasburgo, compresa tra i 52 membri di Varsavia e i 59 di Madrid.

Complici le necessità di fondi per ricostruire il Paese, stimati dal governo ucraino addirittura in 565 miliardi di euro, il “Piano Marshall” per l’Ucraina aprirebbe strade inesplorate anche per l’Italia segnando, una volta per tutte, la fine di qualsiasi tentazione di rigore e consentendo di pensare, in Europa, a ciò che fino a pochi anni fa era ritenuto impensabile: rottura della gabbia del rigore, Eurobond, investimenti strategici sdoganati definitivamente, fine del mito del controllo esclusivo del debito.

Noi e l’Ucraina, perché può funzionare

Porre l’Ucraina sotto la nostra ala protettiva equivale ad evitarne l’inglobamento nella sfera di influenza polacco-baltica, cioè nel partito contrario ad ogni forma di distensione eurorussa, riducendo la tensione lungo questa linea di faglia intercivilizzazionale e simultaneamente aumentando le possibilità di indurre al suo interno un processo di costruzione nazionale, non revanscista, che sia favorevole all’Interesse europeo.

Entrare in Ucraina, dove tra l’altro siamo già presenti – la parola d’ordine non è sbarcare, ma capitalizzare –, significa lavorare alla sua riconversione da prolungamento della nuova Cortina di Ferro a ponte tra blocchi, culture e civiltà. Significa creare un avamposto utile all’Italia, nella maniera in cui ci incunea tra Balcani, Mar Nero e Mondo russo (Russkij Mir), e persino agli Stati Uniti, da sempre diffidenti della Germania e alla ricerca di faccendieri a cui delegare la schermatura di spazi attenzionati dalla Repubblica Popolare Cinese.

La parola d’ordine, in Ucraina come in (molti) altri teatri trascurati dall’Italia, è capitalizzare (geo)politicamente una presenza multiforme, radicata ed estesa. Nulla di fantapolitico, dunque, quanto di realisticamente conseguibile con un piano d’azione adeguato. Perché l’Italia, numeri alla mano, è il sesto partner commerciale dell’Ucraina – con un interscambio annuale medio altalenante tra i 4 e i 5 miliardi di dollari –, ed il terzo tra i membri dell’Unione Europea – dietro Germania e Polonia –, e ha investimenti all’attivo effettuati da alcuni dei principali colossi della diplomazia economica nostrana, tra i quali Eni, Ferrero, Intesa Sanpaolo, Mapei, Saipem e Selex.

L’Ucraina è un mercato di riferimento essenziale per l’Italia, in particolare per quanto riguarda l’acquisto di prodotti metallurgici e agroalimentari, perciò impedirne una completa satellizzazione da parte altrui, da parte della variegata platea interessata ai tesori del “granaio d’Europa”, è (anche) una questione di sicurezza nazionale. Esiste pur sempre la diversificazione, è vero, ma fare affari con l’Ucraina conviene per ragioni di rapporto qualità-prezzo e vicinanza geografica, che è un fattore agente positivamente sul costo finale delle merci.

Economia a parte, l’Italia potrebbe offrire all’Ucraina dei prodotti immateriali irreperibili altrove, tanto dalla Germania quanto dalla Turchia o dalla Repubblica Popolare Cinese, come ad esempio l’universalmente riconosciuto know-how in materia di lotta al crimine organizzato e ai traffici illeciti e di tracciamento e recupero di assetti acquistati con denaro sporco. L’Ucraina, il Paese europeo con l’indice di corruzione più alto del Vecchio Continente, non potrebbe che beneficiare da una simile cooperazione e non potrebbe che desiderarla – perché da ciò dipende in larga parte anche il suo processo di integrazione nell’Unione Europea.

L’Italia, in estrema sintesi, ha molto da dare, dagli investimenti nei settori strategici al supporto nella risoluzione di problematiche da cui dipende il destino europeo dell’Ucraina, e ha altrettanto da ricevere, dall’accesso ad un mercato del lavoro qualificato all’allargamento del suo raggio d’azione diplomatico in un’area-chiave per la pace mondiale e la stabilità continentale.

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