Dagospia in una breve nota ha messo a confronto costi e opportunità dei vaccini Pfizer/Biontech e AstraZeneca, sottolineando una potenziale asimmetria: perché l’Italia ha acquistato milioni di dosi del vaccino tedesco-statunitense e non si è focalizzata su quello AstraZeneca che appare capace di una conservazione migliore e di costi inferiori, 2,80 euro a dose contro i 20 di Pfizer/Biontech, peraltro da conservare a -80 gradi?

Il noto portale di informazione indica nella geopolitica una ragione fondamentale. Il consorzio Pfizer/Biontech appare esponente dei poteri politici cui il governo italiano dovrà, dal 2021, fare maggiormente riferimento. Da un lato gli Stati Uniti, con la nuova amministrazione di Joe Biden, dall’altro la Germania di Angela Merkel e, dietro essa, l’Europa. Con la Banca europea degli investimenti e il governo tedesco che sono stati tra i finanziatori della campagna di Biontech per il nascituro vaccino. Mentre Regno Unito e Boris Johnson appaiono in appannamento graduale dopo la fine dell’esperienza politica di Donald Trump prevista per gennaio.

Per questo, secondo Dagospia, politicamente l’Italia avrebbe dovuto far buon gioco e acquistare 14 milioni di dosi del vaccino tedesco-americano. La questione a nostro parere è più complessa. Si aprirà ben presto, senz’altro, una partita politica tra i due vaccini prodotti alle estreme sponde dell’Atlantico. Tanto che AstraZeneca spaventa e non poco come concorrente le autorità sanitarie e politiche Usa. Timorose di vedere una sua accelerazione sui test di fase tre e un effetto spiazzamento dal mercato dei loro vaccini.

Tralaltro, per Roma il vaccino AstraZeneca è un potenziale moltiplicatore di interesse nazionale, data la presenza nel consorzio della società Irbm di Pomezia. Ma affidare la propria sopravvivenza nel mondo pandemico a un unico vaccino significherebbe restare spiazzati qualora venissero a insorgere carenze nelle reti distributive, presenze di lotti problematici, colli di bottiglia legati al sequestro di carichi da parte di Paesi di transito e via dicendo. La stessa Unione europea, per quanto con una scarsa logica di trasparenza, ha ad esempio puntato su ben cinque accordi differenti con altrettanti gruppi produttori.

Ogni campagna strategica richiede ragionamenti anti-economici da parte del decisore politico. E dato che il vaccino Pfizer/Biontech potrebbe esser il primo a entrare in linea di produzione l’Italia non ha errato nel comprare uno stock di vaccini aggiuntivi rispetto a quelli che riceverà tramite i canali distributivi comunitari.

La partita politica (e geo-politica) sui vaccini è aperta da tempo. Basti pensare a come l’Unione europea censuri l’Ungheria per la scelta resiliente di puntare anche sul vaccino russo o come la Cina promuova per via diplomatica i suoi sieri come arma di soft power. A Paesi come l’Italia conviene, nei limiti del possibile, tenersi fuori da qualsiasi gioco al massacro e alla possibile spirale di mosse e contromosse politiche, con conseguenti ripicche e boicottaggi, che rischia di scatenarsi sulla pelle degli abitanti dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Piuttosto, occorre raffinare il piano logistico di distribuzione tenendo conto che nel worst case scenario potrebbe rendersi necessaria una strategia capillare con centro nazionale e hub locali per distribuire il complesso vaccino Pfizer alle basse temperature richieste. Poi, chiaramente, andrà valutata la capacità di creare linee produttive nazionali per ridurre il peso delle importazioni e privilegiare, laddove possibile, i prodotti capaci di mobilitare tecnologia nazionale. Ma nelle politiche sanitarie, come nella finanza, vale prima di tutto la scelta di diversificare il rischio.

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