Inutile nascondersi dietro a un dito. L’Italia, come la maggior parte dei Paesi europei, ha un enorme problema con i vaccini anti Covid. Il sistema delle quote allestito da Bruxelles, quello che in teoria avrebbe dovuto consentire a ciascun governo di ricevere dosi sufficienti per immunizzare le rispettive popolazioni, è andato in tilt fin da subito. Precisamente, da quando alcuni media hanno fatto luce sull’esistenza di accordi bilaterali siglati tra certi Stati e le case farmaceutiche al fine di ottenere dosi extra.

Già da questo si poteva immaginare la traiettoria disastrosa che avrebbe imboccato il piano vaccini preparato da Bruxelles. Ma a peggiorare la situazione c’hanno pensato le stesse big pharma, annunciando il taglio delle consegne delle fiale pattuite con i Paesi membri dell’Ue. Morale della favola: le campagne di vaccinazione di massa preparate dai singoli governi – scandite secondo precise road map – sono presto finite in miseria.

La carenza di dosi ha costretto le autorità a diminuire le iniezioni, e quindi a temporeggiare in attesa dello sblocco di una situazione sempre più paradossale. Al momento, inoltre, l’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha approvato soltanto tre vaccini per l’uso emergenziale (Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca). Per poter contare sull’apporto delle dosi realizzate da altre società, bisogna teoricamente attendere il via libera della stessa Ema (anche se c’è chi ha bypassato l’ostacolo).

Una questione di sicurezza nazionale

Dicevamo dell’Italia. Roma è uno dei Paesi più colpiti dalla riduzione delle consegne dei vaccini. Nei giorni scorsi, il governo Draghi si è concentrato sul problema, nel tentativo di trovare una soluzione valida e spendibile nel minor tempo possibile. In occasione del primo cdm presieduto da Mario Draghi, pare che il neo premier abbia ripetuto ai ministri la necessità di incrementare la produzione dei vaccini, non solo pressando l’Ue ma anche affidandosi all’industria farmaceutica in Italia.

Detto in altre parole, l’idea – assolutamente intelligente e per niente campata in aria – è quella di creare stabilimenti ad hoc così da consentire alle multinazionali del farmaco di produrre dosi extra sul territorio italiano. Va da sé che una parte di quelle fiale – eventualmente da stabilire in base ad ipotetici accordi – sarebbe a uso e consumo dei cittadini italiani. Attenzione però, perché una strada del genere non è affatto in discesa come potrebbe pensare qualcuno. Se da un punto di vista burocratico è necessario il via libera dell’Ema anche sugli stabilimenti e sui macchinari, dal lato meramente tecnico i nodi sono ancora più spinosi. E riguardano senza ombra di dubbio la sicurezza nazionale.

Problemi e ostacoli

Due sono le opzioni praticabili per ottenere quella che è stata definita “sovranità vaccinale“: 1) riconvertire strutture esistenti, adattandole a produrre vaccini anti Covid; 2) creare nuovi stabilimenti da zero. In questo momento l’Italia è un Paese che, a differenza di altre nazioni europee, non può produrre un siero per una patologia virale, non avendo “in casa” una factory in grado di farlo. Volessimo anche spingere sulla riconversione delle strutture esistenti, serviranno comunque risorse importanti ma, soprattutto, tempo.

Produrre vaccini contro il coronavirus, dall’oggi a domani, in aziende che si sono sempre dedicate ad altri medicinali, non è affatto un’impresa facile. Per fare un esempio, sarebbe come chiedere a una nota casa automobilistica di interrompere la realizzazione di auto per dedicarsi alla realizzazione di motociclette. La linea produttiva potrà anche restare identica – o per lo meno simile -, ma sarà comunque necessario cambiare i componenti, gli specialisti e via dicendo. La sovranità vaccinale, insomma, passa soltanto attraverso una progettualità da estendere sul lungo periodo. Una progettualità che, per errori passati, l’Italia non ha mai preso in considerazione.

Proprio in merito a questo, c’è un episodio emblematico che avevamo raccontato su InsideOver. A Siena, un paio di anni fa, Novartis fu acquisita dalla casa farmaceutica GlaxoSmithKline (Gsk); quest’ultima, in seguito a legittime strategie interne, decise di mantenere il braccio produttivo di vaccini virali in Belgio e lasciare in Toscana soltanto quello inerente ai vaccini batterici. Ecco, in quel momento il governo avrebbe dovuto intervenire per consentire, in qualche modo, di tenere in vita un building per la produzione di vaccini virali, oppure affidare il compito – ricordiamolo, di rilevanza nazionale – ad altri soggetti.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.