Il mondo mediorientale ci ha abituato da sempre a lunghi status quo e improvvisi colpi di scena come in una perenne situazione kafkiana. Non ne è esente il Libano, strano esperimento geopolitico nel quale convivono confessioni, lingue, tradizioni, eternamente sospeso tra quel sapore perduto di Svizzera del Medio Oriente e le mille sfide di oggi.

Da quasi una settimana il popolo libanese è in piazza, senza sosta, con convinzione e dedizione. “Nulla di nuovo sotto il sole”, ci verrebbe da pensare: è successo nel 2005, poi nel 2015, ed ogni volta il Paese è rimasto uguale a se stesso nonostante gli scioperi, le proteste che, quando le speranze si spengono, fanno ripiombare Libano e le nazioni “cugine” in un lungo inverno arabo. Ma in questi giorni qualcosa di diverso c’è. È un processo che viene da lontano, convulso e liberatorio che mette in evidenza un lenta evoluzione esistenziale e sociale del Paese che le immagini delle proteste non sono immediatamente in grado di darci. E se nessuno oggi sa qual è il destino e l’esito di queste manifestazioni, è quantomeno doveroso sottolineare la profonda differenza rispetto alle ribellioni susseguitesi negli ultimi quindici anni.

Una “rivoluzione” trasversale

Se il casus belli era stato, circa una settimana fa, una nuova tassa sulle chiamate WhatsApp, a scendere per le strade libanesi sono cittadini di ogni estrazione sociale, mestiere, ruolo e background. Il collante di questi flussi è la richiesta, senza condizioni, delle dimissioni del governo e della transizione attraverso un consiglio di giudici (non politicizzati) che porti a nuove elezioni. Il governo in carica è colpevole, per loro, di aver fallito nel preservare il Paese da una crisi economica strisciante alla quale il primo ministro Saad Hariri ha saputo rispondere cavalcando malcostume, corruzione e cattiva gestione delle risorse. “Rivoluzione”, “Vogliamo la caduta del regime”, “Resteremo qui a oltranza”, questi sono gli slogan della sedicente rivoluzione libanese: e non è bastato nemmeno il palliativo del discorso tenuto dal primo Ministro che promette tagli delle tasse (almeno nel budget 2020) e degli stipendi dei politici. I manifestanti non ci stanno e continuano a chiedere un risultato politico e non legislativo: i cittadini vogliono scegliere ed il loro nemico non è più solo un leader dell’intricato caleidoscopio politico-confessionale libanese, il governo attuale o uno schieramento, il nemico da abbattere è il Libano della povertà, dell’arretratezza e della corruzione. E su questo il consenso pare essere trasversale.

Un’altra “rivoluzione dei cedri”? Probabilmente no e le differenze rispetto al 2005 sono numerose. Quattordici anni fa si manifestava contro l’occupazione siriana, contro un altro da sé, e non contro la leadership libanese. E se in quell’occasione i propulsori mobilitanti furono proprio i partiti politici, quest’ultimi oggi rappresentano il male assoluto, trasformandosi nel capro espiatorio dei manifestanti. Inoltre, non bisogna dimenticare che allora le proteste seguirono la consueta faglia che oppone Sciiti e Sunniti dalla notte dei tempi. Anche dieci anni dopo, nel 2015, si parlò di rivoluzione, anche se quella volta non profumava esattamente di cedro bensì possedeva il fetore della spazzatura che da settimane rimaneva abbandonata per le strade della capitale. Beirut, appunto, fu il centro nevralgico delle proteste, non l’intero Paese. I manifestanti si rivolgevano al Governo e alla municipalità della capitale chiedendo una svolta “clean” e “green”. In quell’occasione i partiti libanesi cercarono di utilizzare un vecchio trucco per rompere l’unità del movimento: gettare discredito sulle proteste per frantumare il fronte comune dei manifestanti.

Beirut Madinati: un esperimento felice

Eppure il “sistema” non è riuscito a screditarli e da quelle palestre del 2005/2015 è nata una nuova forma di attivismo organizzato. Figlio di quella protesta è il movimento Beirut Madinati (Beirut Città Mia), raggruppamento trasversale di volontari che ha dato vita ad una campagna elettorale storica ed elettrizzante in occasione delle elezioni municipali a Beirut nel 2016. Il loro programma in dieci punti si occupava di temi nuovi come la mobilità, gli spazi verdi, l’edilizia popolare, il riciclo, la sostenibilità. Temi decisamente post-materialisti che sono indice di un cambiamento. Beirut Madinati riuscì a strappare uno dei tre distretti della capitale, ottenendo il 50% nel distretto cristiano di Beirut est e più di un terzo nella roccaforte di Saad Hariri. Un vero choc per la vecchia guardia, fiaccata da un partito-movimento di protesta che nei modi e nei toni ricorda molto quelli occidentali. L’antipolitica è giunta fino in Medi Oriente? Forse. Di certo i risultati amministrativi del 2016 hanno fatto registrare uno spostamento decisivo e permanente dell’atteggiamento di voto.

Sunniti e Sciiti insieme nelle proteste

Inoltre, se le proteste di questi giorni sono di respiro nazionale e socialmente trasversali, a mobilitarsi sono aree del Paese insospettabili come il sud, dove gli stessi sciiti hanno denunciato pubblicamente i propri leader come Hassan Nasrallah, accusato di far parte di un sistema vetusto e corrotto. Ma il vero miracolo di questi giorni è la grande solidarietà tra roccaforti sunnite e città sciite come Tyr, un elemento più unico che raro che attesta come queste nuove masse, largamente composte da giovani altamente scolarizzati, sono un nuovo body politic con nuove regole e nuove doléances: per comprenderle dobbiamo dunque dimenticare le similitudini europee post 1789 e riconoscere, senza riferimenti a cedri e gelsomini vari, la specificità di questi eventi. Qualunque sarà il destino delle piazze libanesi è evidente la nascita di un sentimento politico differente: questi giovani (e meno giovani) che si danno appuntamento su Instagram ogni giorno per ripulire strade e piazze alla fine di ogni sit-in, che intonano le colonne sonore dei cartoni animati per non spaventare i bambini che attraversano i cortei, sono più consci dei loro diritti, sono una forza laica, nuova e à la page che non sta cedendo di fronte alla tentazione di qualche carta ottriata. Quanto sono forti? Ancora non lo sappiamo, intanto in Libano qualcosa è cambiato.

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