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Lo scorso 11 settembre, la marina degli Stati Uniti ha rilasciato alcune immagini del sommergibile Uss Jimmy Carter – ultimo della classe Seawolf – mentre rientrava nella base navale di Kitsap, nello Stato di Washington. Niente di eccezionale, se non per un particolare estremamente rilevante fotografato da Ian Keddie: il sottomarino faceva sventolare due bandiere sulla torretta: una, la bandiera degli Stati Uniti d’America; l’altra, la Jolly Roger, la bandiera dei pirati. La Jolly Roger viene issata sulle unità della marina statunitense (ma non solo) soltanto in un caso particolare, e cioè quando tornano alla base dopo aver compiuto una missione particolarmente importante. L’uso della Jolly Roger sui sottomarini è una tradizione derivante dalla marina britannica. Sembra infatti che tutto ebbe inizio da una dichiarazione dell’ammiraglio Arthur Wilson, First Lord of the Sea della Royal Navy, che nel 1901 disse con disgusto che i sommergibili erano qualcosa di scorretto e di profondamente “anti-inglese” e che avrebbe fatto di tutto per catturare gli equipaggi dei sottomarini nemici e impiccarli come pirati. Passarono gli anni e, durante la prima guerra mondiale, il sottomarino britannico HMS E9 affondò un incrociatore tedesco. Il comandante Max Horton dell’E9 ordinò al suo equipaggio di issare una Jolly Roger sulla torretta mentre tornava trionfalmente nel porto, memore della battuta dell’ammiraglio Wilson.

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Dal momento che non è apparsa in alcuna agenzia di stampa né in altri canali d’informazione la notizia che il sottomarino Uss Carter sia stato impiegato in missioni d’attacco contro una flotta nemica, l’ipotesi più accreditata è che si sia trattato di una missione di spionaggio o una missione di trasporto di incursori o di truppe d’élite in alcuni scenari bellici particolarmente complessi, dove gli Stati Uniti operano in via non del tutto ufficiale. Il Jimmy Carter è l’ultimo dei tre sottomarini di classe Seawolf, ma durante la costruzione, si decise di modificarlo per rendere lo scafo sostanzialmente più lungo delle altre due imbarcazioni della medesima classe, ma anche per modificare la struttura interna. Modifiche che hanno reso il sommergibile in questione un vero e proprio unicum all’interno della marina americana, tanto da essere considerato il mezzo migliore per lo svolgimento di missioni più complesse. Missioni che sono tutte quante afferenti lo spionaggio e secretate dal Pentagono. Ad esempio, una delle capacità del Carter è quella di manipolare i cavi di comunicazione sotto la superficie dell’oceano e anche di individuare e recuperare materiale sensibile che giace sul fondo del mare. Ha un’ottima capacità di spiare le comunicazioni nemiche, e, allo stesso tempo, ha una potenza di fuoco non inferiore a quella degli altri sottomarini della classe Seawolf.

Guido Olimpio, sul Corriere della Sera, indica alcune ipotesi su quale potrebbe essere stata l’ultima missione del Carter, escludendo in primis quella che vedrebbe il sommergibile impiegato in missioni d’attacco con lancio di missili da crociera. La prima ipotesi è che sia stato impiegato nei mari intorno alla Corea del Nord, e questo probabilmente prevedrebbe o lo sbarco di incursori e truppe d’élite per missioni specifiche, oppure il deposito di sensori e sistemi di spionaggio per controllare i movimenti delle truppe nordcoreane o dei sistemi balistici di Kim. Un’altra ipotesi è che si sia trattato di un’azione di spionaggio nei confronti dei cinesi. Il Mar cinese meridionale è da tempo uno dei mari bollenti della guerra fredda fra Cina e Stati Uniti e da molto tempi Pechino è in allerta per le azioni della marina americana in quel quadrante, che ritiene essere di diritto sotto la propria sfera d’influenza. Terza ipotesi è che si sia trattato di una missione anti-terrorismo. La marina americana è impegnata in particolare nel golfo di Aden, ed è coinvolta in missioni speciali sia in Somalia sia in Yemen.

Ma le ipotesi non si fermano qui. C’è chi ritiene si sia trattato di una missione nei mari artici, dove da tempo la Us Navy contrasta la marina russa per il controllo di quello che molti ritengono sarà il mare in cui passerà il destino delle relazioni future fra Russia e Stati Uniti. Oppure, potrebbe essersi trattato di una missione contro specifici cargo proibiti, che magari potrebbe riguardare l’avvio di quel blocco navale nei confronti della Corea del Nord che, pur bocciato durante la discussione in sede Onu, potrebbe comunque essere messo in atto in modo più o meno clandestino da parte degli Stati Uniti, almeno per un certo tipo di trasporti più pericolosi. Infine, ultima ipotesi, è che si sia trattato di una semplice dimostrazione di forza: propaganda per spaventare Kim o altri nemici senza in realtà aver condotto alcuna missione particolare. Tuttavia, i danni visibili sullo scafo tendono a scartare quest’ultima ipotesi.

Foto: Lt. Cmdr. Michael Smith, U.S. Navy

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