Nel centro-sinistra le forze politiche si contendono lo scettro di forza più affidabile e vicina al presidente eletto Usa, il democratico Joe Biden. Non è un mistero quanto, in passato, i cambi di amministrazione americana abbiano fortemente influito sulla nostra politica interna. In questo momento, visti anche gli ottimi rapporti personali, l’ex premier Matteo Renzi è senza ombra di dubbio il più fedele alleato dell’ex vicepresidente Usa in Italia.

Un serio pericolo per il Pd, palpabile nelle parole del segretario Nicola Zingaretti, che accusa Renzi di favorire gli alleati di Trump in Italia – Matteo Salvini e Giorgia Meloni – con l’apertura della crisi di governo: “Abbiamo chiarito e dobbiamo ribadire che per noi è impensabile qualsiasi collaborazione di governo con la destra italiana, sovranista e nazionalista. Sarebbe un segnale incomprensibile in Italia, ma anche inaccettabile per le cancellerie europee e per l’opinione pubblica democratica europea. Le immagini di Washington ci dicono quanto pericolosa sia quella deriva. Ha vinto Biden. L’Europa – osserva Zingaretti – sta marciando su una linea di unità e di intervento positivo. Noi non ci possiamo permettere di governare con chi si è identificato con Trump e ha costantemente manifestato un sentimento anti europeo. È sbagliato favorire scenari che ridanno fiato, come è accaduto con la scelta di Renzi, agli alleati di Trump”.

È chiaro che Zingaretti e il Pd vogliono essere i principali interlocutori di Biden in Italia e vedono nel rivale Renzi una minaccia concreta. Da qui l’attacco del segretario dem all’ex presidente del Consiglio.

L’ipocrisia di Zingaretti: dimentica la storia di “Giuseppi”

L’attacco di Zingaretti a Renzi, accusato di “favorire gli alleati di Trump in Italia” appare come una evidente contraddizione se pensiamo alla breve storia politica del presidente del Consiglio supportato dal Partito democratico, ossia l’avvocato Giuseppe Conte, il più “trumpiano” dei leader europei. Era l’estate 2018 quando Politico, infatti, definiva il premier il “cheerleader italiano di Donald Trump”. Come notava all’epoca la testata americana, a differenza di altri leader europei, come la cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro olandese Mark Rutte “che hanno usato le loro conferenze stampa con Trump per evidenziare i disaccordi politici”, Conte “ha applaudito Trump che rivendicava grandi trionfi, dal G7 in Quebec, al Summit Nato e fino al vertice con il presidente russo Vladimir Putin a Helsinki”, ha sottolineato David M. Herszenhorn. Inoltre il giornalista ha sottolineato il fatto che Conte ha “elogiato Trump per le sue prese di posizioni espresse con chiarezza”, proclamato l’Italia come il nuovo “interlocutore privilegiato” di Washington in Europa, e dicendo di “essere personalmente disposto a diffondere il vangelo di Trump, in particolare sulla questione delle spese della Nato”.

Il 30 luglio 2018 (all’epoca del governo giallo-verde) Giuseppe Conte si spinse oltre: “Il nostro e l’amministrazione Trump sono entrambi governi del cambiamento” spiegò nel corso della conferenza stampa congiunta con il presidente Usa Donald Trump al termine dell’incontro bilaterale che si tenne alla Casa Bianca. “In Italia e negli Usa stiamo dimostrando che il cambiamento è possibile” aggiunse.

L’endorsement di Trump a Conte dell’agosto 2019

Poi, nell’agosto 2019, con la crisi del governo giallo-verde, arrivò il celebre endorsement ufficiale di The Donald, sempre via Twitter. Trump lodò “l’altamente rispettato primo ministro della repubblica italiana, Giuseppi Conte”. Motivo? “Ha rappresentato l’Italia in modo energico al G7. Ama il suo Paese grandemente e lavora bene con gli Usa. Un uomo molto talentuoso che spero resti primo ministro!”, scrisse il Presidente Usa, lanciando di fatto un endorsement ad un bis di Conte, pur sbagliandone il nome.

Molti associarono quell’endorsement alla disponibilità mostrata da Conte nei confronti dell’Attorney general William Barr e del Procuratore John Durham, che si recarono in Italia, proprio in quei giorni, e per ben due volte, sulle tracce del professor Joseph Mifsud e di prove sullo Spygate. Dunque se Zingaretti vuole ricercare un “trumpiano” in Italia, forse deve guardare nella sua maggioranza. Tesi ribadita anche dello stesso Renzi, che in Senato non ha evitato di ricordare al suo premier le giravolte sul tema del rapporto con Washington, dal momento che Conte si è proclamato anti-sovranista e speranzoso nella nuova amministrazione americana quando nemmeno due anni fa paventava un rapporto personale con l’amico Donald e si proclamava fieramente sovranista e populista anche davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Mentre Biden si prepara a fare il suo ingresso alla Casa Bianca – oggi il suo insediamento in una Washington blindata – qualcuno già inizia a pensare a cosa possa succedere nel governo italiano.

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