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Politica /

Da Tripoli a Teheran, Giuseppe Perrone non è un diplomatico dai dossier semplici. L’ex ambasciatore italiano in Libia, finito al centro di un intricato affaire diplomatico fra le diverse fazioni libiche ma anche fra le varie potenze coinvolte nel conflitto e gli interessi della Farnesina, è rimasto fermo in Italia per troppo tempo. E adesso, con la nomina di Buccino a Tripoli, Perrone sarà mandato in Iran, in attesa del placet del governo della Repubblica islamica.

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Se a Tripoli il lavoro non era per niente semplice, a Teheran il lavoro sarà diverso ma non per questo meno complesso. L’Italia si trova al centro di un intricato gioco di equilibrio in cui deve rendere conto agli Stati Uniti dell’alleato Donald Trump del rispetto delle sanzioni per quanto riguarda il programma nucleare. Dall’altro lato, quale uno dei principali partner europei dell’Iran, l’Italia ha tutto l’interesse a evitare che le tensioni fra la Repubblica islamica e gli Stati Uniti vadano a colpire le nostre imprese e gli interessi economici e strategici che legano Roma a Teheran.

La sfida di Perrone sarà quindi estremamente delicata. Anche perché, se in Libia la strategia italiana è cambiata nel corso degli ultimi mesi anche grazie all’asse con Russia e Stati Uniti, nei confronti dell’Iran la partita vede Mosca e Washington su terreni del tutto contrapposti. E sul fronte delle sanzioni, Trump, per quanto abbia fatto in modo che l’Italia ottenesse un’esenzione dall’embargo, non sembra intenzionato ad arretrare. Gli interessi strategici dell’Iran contrastano apertamente con quelli degli Stati Uniti e dei due principali alleati di Washington in Medio Oriente: Israele e Arabia Saudita. Quindi, se in Libia l’interesse Usa è stato sempre quello di riuscire a compattare la linea su quella delle Nazioni Unite, sul fronte iraniano lo scontro, almeno per ora, è totale.

L’Italia, giocando da equilibrista, non ha un compito facie. E Perrone, per la lunga esperienza negli Stati Uniti così come nel mondo arabo, nordafricano e mediorientale, è sembrato la persona più adatta per occuparsi del dossier Iran. La sua carriera, del resto, parla da sé. Iniziata la carriera diplomatica nel 1990, Perrone, fra i suoi primi incarichi, ha avuto quello di servizio presso l’ambasciata d’Italia in Algeria. Anche in quell’occasione, la situazione non era affatto semplice: arrivato durante la transizione verso la democrazia e nel periodo del terrorismo, il diplomatico italiano è stato ad Algeri in una delle fasi più complicate della storia recente algerina.

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Dopo l’esperienza in Algeria, inizia la carriera negli Stati Uniti e questo rapporto costante fra Usa e Medio Oriente. Nella seconda metà degli ani Novanta, lavora a Washington presso l’ambasciata italiana per i rapporti fra i due Paesi nell’ambito della cultura. Poi rientra alla Farnesina, quindi passa alla presidenza della Repubblica per curare i principali dossier su Medio Oriente e Africa settentrionale. Dopo la parentesi italiana, torna a Washington nel 2006 per guidare l’Ufficio politico dell’ambasciata d’Italia, e nel 201 viene nominato console generale d’Italia a Los Angeles. Nel 2014 Perrone rientra a Roma come vice direttore generale per gli Affari politici con l’incarico di direttore centrale per il Mediterraneo ed il Medio Oriente. Infine, l’arrivo a Tripoli e la storia a tutti nota.

Ora Teheran. E in questo caso, sicuramente avranno importanza anche i rapporti instaurati da Perrone in America. Perché questa volta l’interesse dell’amministrazione americana non è evitare che qualche altra potenza prenda il sopravvento. L’obiettivo di Trump è molto più profondo, articolato e di rottura. E per questo servirà tutta la capacità di dialogo mostrata dall’ambasciatore quando era a Tripoli. Non ci saranno le fazioni libiche, ma ci sono sempre gli Stati Uniti e soprattutto poteri interni alla Repubblica in grado di decidere i destini dei rapporti fra Italia e Iran. 

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