L’isteria sulle fake news e sulle presunte interferenze del Cremlino parte dagli Stati Uniti e raggiunge l’Europa, pronta a limitare le libertà individuali sul web in nome della lotta alle “bufale”. L’ultima in ordine di tempo è la Francia. Come riporta il Guardian, lunedì scorso all’Eliseo il presidente francese Macron ha annunciato davanti ai giornalisti il suo piano per introdurre una legislazione che frenerebbe la diffusione della disinformazione durante le future campagne elettorali del paese – un obiettivo ambizioso, che sarebbe reso possibile rafforzando la trasparenza e il blocco dei siti web “pericolosi”. “Migliaia di account falsi sui social network si stanno diffondendo in tutto il mondo, in tutte le lingue. Menzogne ​​inventate per macchiare funzionari politici, personalità, personaggi pubblici, giornalisti”, ha detto Macron, aggiungendo che “se vogliamo proteggere le democrazie liberali, dobbiamo avere una legislazione forte “.

Sebbene i dettagli della proposta di legge non siano ancora stati resi noti, Macron ha affermato che la nuova legge, che si applicherebbe solo durante le campagne elettorali, aumenterebbe la trasparenza online imponendo alle piattaforme social di rendere noto chi paga per i contenuti sponsorizzati, oltre a fissare  un limite di spesa. La lotta alle “fake news” è supportata in primo luogo dalla Commissione Europa la quale, a novembre, ha annunciato l’istituzione di “un gruppo ad alto livello (GAL) per fornire consulenza sulle iniziative politiche al fine di contrastare le notizie false e la diffusione della disinformazione online”.

La lotta alle fake news della Germania

In Germania, la Legge tedesca per Migliorare l’Applicazione del Diritto nei Social Network contro i “crimini di odio online e le fake news”, è entrata in vigore con piena efficacia dallo scorso 1° gennaio. La legge minaccia pesanti sanzioni, tra cui 50 milioni di euro di multa ai social network che non riescono a rimuovere i contenuti offensivi entro 24 ore. Come spiega Evelyn Douek, ricercatrice di Harvard, con la nuova normativa il rischio è che, onde evitare le sanzioni, le aziende eccedano nel censurare i propri utenti.

Dubbi sulla sua legittimità sono stati sollevati anche da David Kaye, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla libertà di espressione, il quale ha inviato una lettera al governo tedesco affermando che il divieto di diffusione di informazioni sulla base di “criteri vaghi e ambigui“ è incompatibile con l’articolo 19 del Trattato Internazionale sui Diritti Civili e Politici relativo alla libertà di espressione. Insomma, ci viene sempre raccontato che Merkel e Macron – al contrario del “malvagio” Donald Trump – sono i difensori dell’ordine liberale, ma il loro sembra essere un nuovo liberalismo in cui la libertà di parola è tenuta (parzialmente) al guinzaglio, almeno sul web. 

E in Italia?

Le fake news e le interferenze di Mosca saranno uno dei temi scottanti che accompagneranno questa campagna elettorale da qui al 4 marzo. Ad agitare ulteriormente le acque, il rapporto sulle ingerenze russe internazionali redatto dallo staff del senatore democratico Usa Ben Cardin che fa riferimento esplicito a Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia, Lega, al Partito Comunista di Marco Rizzo e a Casapound. Guarda caso, lo staff del senatore “liberal”, punta il dito – senza prove ma con blandi riferimenti – alle forze politiche “euroscettiche” e “populiste” o che comunque criticano, con sfumature e posizioni diverse, l’attuale assetto dell’Unione Europea.

Secondo lo staff di Cardin,  “l’Italia potrebbe essere un obiettivo per l’interferenza elettorale del Cremlino, che probabilmente cercherà di promuovere i partiti contrari al rinnovo delle sanzioni adottate dall’Unione europea contro la Russia”. E per affrontare lo spauracchio delle interferenze russe e delle “fake news”, anche il nostro Paese è pronto alla stretta sui contenuti social. Come riporta Il Messaggero, infatti, “non è un caso che il ministro degli Interni Marco Minniti abbia voluto i grandi provider al G7 di Ischia, riuscendo a strappare un impegno abbastanza unico nel suo genere: un controllo più stretto sui contenuti pubblicati su Facebook, Twitter, Google”. 

Libertà a rischio?

La domanda è sempre la stessa: chi decide se una notizia è vera o falsa? Bruno Retailleau, un anziano senatore conservatore citato dall’Atlantic, osserva che “in una democrazia, la disinformazione è la migliore delle informazioni di stato”, aggiungendo che “solo i regimi autoritari pretendono di controllare la verità”. In Francia,Marine Le Pen  ha definito la proposta di Macron “molto inquietante”.

Sul suo blog del Giornale.it, Marcello Foa osserva correttamente che “il problema delle fake news esiste; soprattutto quando a diffonderle sono società o singoli a fini di lucro. Gli esempi, anche recenti, abbondano. O quando vengono usate dagli haters, gli odiatori, ovviamente senza mai esporsi in prima persona. Ma le soluzioni vanno trovate nel rispetto della libertà d’opinione e nell’ambito del sistema giudiziario del singolo Paese”. La diffusione sistematica di notizie false al solo fine di generare visualizzazioni, spiega Foa, “è semplicemente una truffa e in quanto tale va trattata”. 

Le leggi in Ue vanno tuttavia in ben altra direzione. Pur di contrastare la lotta alle fake news e le interferenze russe i governi europei sono pronti a “sacrificare”, almeno in parte, quei principi liberali sulla libertà d’espressione e parola di cui l’Europa fa spesso vanto. Il prezzo da pagare per contrastare le bufale sul web è alto, ne vale davvero la pena?

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