Prove tecniche di “compromesso storico” in Spagna, dove dal centrodestra del Partito Popolare è arrivata un’offerta politica non indifferente al Partito Socialista che oggi con Pedro Sánchez guida l’esecutivo.

Alberto Núñez Feijóo, presidente dei Popolari, ha presentato un patto di “qualità istituzionale” ai socialisti che potrebbe applicarsi a partire dal livello locale per diventare un laboratorio politico dopo le elezioni del 28 maggio.

La proposta ricalca il modello che Feijóo, presidente della Comunità autonoma della Galizia dal 2009 al 2022, ha applicato per tredici anni nella regione da lui amministrata: pur mantenendo a lungo la maggioranza assoluta, il 61enne leader del Pp ha sempre aperto a un dialogo costruttivo con l’opposizione per calmierare le spinte estremiste di Vox a destra e di Unidas Podemos a Sinistra.

Feijóo è un convinto autonomista e ha provato a incorporare nel Partito Popolare le spinte centrifughe che nel governo di Mariano Rajoy sono state interiorizzate dall’oltranzismo della destra di Madrid ed è diventato un caro amico e alleato politico di Iñigo Urkullu, il presidente dei Paesi Baschi e figura di peso del Partito nazionalista basco.

Cosa dice la proposta dei Popolari

El País nota che il leader popolare “ha scelto l’Oratorio de San Felipe Neri, a Cadice, sede delle Cortes che redassero la prima Costituzione spagnola nel 1812, per presentare solennemente questo lunedì la sua proposta di qualità istituzionale”, che “includerà un’offerta di governo al Psoe in modo che, in questo ciclo elettorale, entrambi i partiti lascino governare la lista più votata” e formino accordi di desistenza o coalizioni di fatto che evitino un arroccamento di destra e sinistra sulle componenti più radicali.

L’idea è che “i due grandi partiti si accordino per liberarsi a vicenda degli alleati indesiderati” che per il Psoe sono i nazionalisti post-franchisti di Vox in asse coi Popolari in diversi governi locali e per i conservatori la Sinistra radicale e, soprattutto, autonomisti e indipendentisti vari con cui il Psoe va a braccetto nei voti nazionali.

La proposta apre alla prospettiva che si imposti una riforma maggioritaria concordata tra i due partiti maggiori per rendere evitabili in futuro complicati accordi di coalizione che stanno polarizzando il Paese e aprendo a un duro scontro politico. L’idea è che dal livello locale a quello nazionale, qualora Pp e Psoe si trovassero ad essere primo e secondo partito, lavorino assieme al governo iniziando con la modifica delle modalità di elezione di sindaci, presidenti di Regione e presidenti del Consiglio, che spesso richiedono accordi a maggioranza assoluta che favoriscono convergenze tra forze moderate e radicali. O vere e proprie “macedonie” come il primo governo Sanchez che sommava Psoe, Podemos, autonomisti baschi, catalani para-secessionisti e tutte le forze localiste di Sinistra contrarie al centralismo popolare.

Un problema stigmatizzato dall’ex presidente del partito Pablo Casado che “ha ricordato che il partito aveva perso i governi regionali e municipali della metà delle comunità e dei capoluoghi di provincia in cui aveva vinto le elezioni” a causa di quelli che l’esponente della destra conservatrice ha definito “patti dei perdenti“: “È successo in Castiglia-La Mancia, in Cantabria, nella Comunità Valenciana, in Aragona… nel municipio di Madrid, a Valencia, Palma, Valladolid, Saragozza, Cadice”.

Verso il ritorno del bipolarismo

I Popolari vogliono ribaltare questa situazione stabilizzando il potere attorno ai due poli principali. Nei voti locali, l’accordo sarebbe per una riforma elettorale: chi arriva primo governa e deve costruire la sua coalizione senza pregiudicare il controllo del governo locale. In caso di distanza ridotta e inferiore ai cinque punti, una proposta della portavoce popolare Dolores Montserrat prevede che si possa anche pensare a un ballottaggio. In prospettiva, in un voto nazionale l’accordo sarebbe un compromesso storico di matrice politica.

L’obiettivo di Feijóo è inoltre quello di contenere le pulsioni più radicali del partito che spingono per le “guerre culturali” al Psoe e all’asse di ferro con Vox, che pure il segretario non ha disapprovato nel laboratorio della Castiglia-Leon. L’idea, non priva di appigli reali, è che l’ultima legislatura abbia spaccato il Paese. Dal voto sulle riforme del lavoro ai diritti Lgbt, dalla politica estera alla recente discussione sull’aborto, le coalizioni sono divise su tutto e spesso i provvedimenti passano sul filo del rasoio.

Altri anni di guerre culturali e polarizzazioni politiche non gioverebbero a uno Stato come la Spagna che deve difendere la sua crescita economica negli anni dell’alta inflazione e del Recovery Fund, agganciarsi al carro di testa dell’Europa e conservare l’unità interna.

La solenne proposta del segretario popolare implica un riassetto della prassi, e in alcuni casi della forma, del gioco politico iberico: e può trasformare Madrid nella capitale del nuovo bipolarismo europeo. Ma i climi accesi lasciano pensare che un’eventuale approvazione di tale dinamica politica impiegherà tempi lunghi, probabilmente più dei cinque mesi che separano la Spagna dal voto.

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