L’idea di un Continente Nero statico, arrendevole e condannato alla sudditanza è alla base della narrazione che vuole i destini dell’Africa perennemente decisi altrove. Solo di rado iniziative singole come l’attivismo politico di Kemi Seba riescono a bucare questa sceneggiatura. Un leader giovane, di appena 36 anni, nato a Strasburgo ma in guerra aperta col neocolonialsmo francese, che vanta già quasi vent’anni di militanza, prima nella Nation of Islam, l’organizzazione che fu di Malcom X, e poi nel New Black Panthers Party. Oggi vive in Senegal e lo scorso anno balzò agli onori delle cronache europee per esser stato arrestato dopo aver bruciato un franco Cfa durante una manifestazione.

Seba però, è solo uno dei nuovi volti della politica africana. Sono ambiziosi, battaglieri, animati da ideali non sempre condivisibili ma uniti tra loro da un unico comune denominatore: l’ostracismo nei confronti del mondialismo e il desiderio di un’evoluzione democratica degli Stati africani.

La Guerra Fredda, o i conflitti civili che hanno portato al potere dittatori, autocrati e leader militari, li ricordano a malapena. Sono informati, istruiti e conducono battaglie di emancipazione dopo aver studiato o vissuto all’estero, consapevoli dell’enorme processo di cambiamento demografico e urbanistico in corso in Africa.

Uno di questi è l’ugandese Bobi Wine, 36enne ex star del reggae e membro dell’opposizione in parlamento che si contrappone al presidente Yoweri Museveni, 74 anni, in carica dal 1986. Wine, il cui vero nome è Robert Kyagulanyi Ssentamu, ha di recente fanno ritorno a Kampala accolto da migliaia di sostenitori, dopo esser stato negli Stati Uniti per ricevere cure mediche per le ferite riportate durante un periodo di detenzione. Era finito in manette lo scorso agosto a causa di presunto attentato a Museveni, al termine di una manifestazione conclusa con un lancio di pietre verso la macchina del presidente. Bobi Wine, autoproclamatosi presidente dei Ghetti durante la sua carriera musicale, si considera il portavoce del sottoproletariato urbano dimenticato dal benessere economico del Paese. Un ruolo che i suoi concittadini sembrano approvare, dacché più del 75% della popolazione ugandese ha meno di trent’anni, non si fa più impressionare dalla leggenda della detronizzazione di Milton Obote da parte di Museveni durante la cosiddetta guerra del bush, ed è alla ricerca di un cambiamento che non ha mai vissuto in vita. Il vecchio leader, però, non ha alcuna intenzione di passare la mano. A gennaio ha firmato una legge per abolire il limite di 75 anni imposto per candidarsi alla presidenza, così da potersi presentare per un sesto mandato alle elezioni del 2021.

Ben diverso è il caso di Diane Rwigara, 38enne ruandese tutt’ora in prigione con l’accusa di frode fiscale e uso del falso nelle liste di sostegno alla sua candidatura alle elezioni presidenziali svoltesi il 4 agosto 2017. Quelle elezioni sono state vinte da Paul Kagame, 60enne al potere dal 2000, col 99% dei consensi. Sebbene abbia già dichiarato di voler rimanere in carica fino al 2035, Kagame non rappresenta, almeno all’apparenza, l’immagine del leader dispotico che impoverisce il suo popolo. Dopo aver marciato su Kigali col suo Fronte Patriottico nel 1994, la sua ascesa contribuì a mettere fine al sanguinoso genocidio di 800mila tutsi. Durante il suo regime il Rwanda è diventato un paese ordinato e stabile dal punto di vista finanziario, sebbene ancora oggi il 51% della popolazione viva in condizioni di totale povertà. Soprattutto, Kagame si è fatto promotore di una sensazionale politica di inclusione delle donne nelle istituzioni, che occupano stabilmente oltre il 60% dei posti in parlamento.

Tra i principali sostenitori di Kagame negli anni Novanta c’era anche Assinapol Rwigara, padre di Diane e imprenditore di successo fiero finanziatore del Fronte Patriottico. Mentre la figlia si divideva tra Kigali e la California, Assinapol morì nel 2015 in un incidente d’auto dalle dinamiche parecchio sospette. Al ritorno in patria Diane si è impegnata in una aspra lotta per la verità che ha messo in luce altre sparizioni di imprenditori e uomini d’affari di successo che si sono rifiutati di cedere il controllo delle proprie attività nelle mani dello Stato. Ora il business della famiglia Rwigara è stato quasi distrutto dalle sanzioni del fisco ruandese e Diane è ancora in attesa di processo. Storia molto simile a quella di un’altra giovane politica, Victoire Ingabire, che nel 2010 a 42 anni tornò dall’esilio in Olanda per sfidare Kagame. Arrestata poco prima del voto con l’accusa di collaborazione con dei gruppi terroristici, Ingabire sta scontando una pena di 15 anni, mentre Kagame vinse quelle elezioni col 93% dei consensi.

Nello Zimbabwe il nuovo presidente è Emmerson Mnangagwa, 76 anni, che ha preso il potere dopo il colpo di Stato con cui è stato deposto lo scorso anno il 94enne Robert Mugabe. Alle elezioni Mnangagwa ha scalzato di una manciata di voti Nelson Chamisa, 41 anni, leader del Movimento per il cambiamento democratico, in una contestata elezione di luglio.

Durante la campagna elettorale Chamisa si era autoproclamato voce dei giovani del paese, ma per tutta risposta i funzionari del partito del presidente, lo Zanu-PF, hanno suggerito di innalzare il limite minimo di età presidenziale, che attualmente è di 40 anni, per bloccare l’avanzata di “persone immature”. Peccato però che l’età media della popolazione sia di appena 20 anni, il che contribuisce a creare una spaccatura tipica ormai di quasi tutta l’Africa tra la base di cittadini estremamente giovane e l’establishment con più del doppio della loro età. In media i leader africani hanno 62 anni: tra questi ci sono Paul Biya, 85 anni, al potere in Camerun da 35 anni, Teodoro Obiang, 75 anni, che governa la Guinea Equatoriale dal 1979, e Abdelaziz Bouteflika, 81 anni, che, sebbene costretto su una sedia a rotelle potrebbe cercare di ottenere un quinto mandato come presidente dell’Algeria nel 2019. Fa eccezione il solo Abiy Ahmed, ex soldato e tecnocrate 41enne oggi primo ministro dell’Etiopia.

Anche il Sudafrica, il Paese più industrializzato del Continente, andrà alle urne l’anno prossimo con il presidente Cyril Ramaphosa, 65 anni, che spera di proseguire il suo ufficio che dura dal 1994.

Più di 10 milioni di elettori, circa un quarto degli aventi diritto, saranno sotto i 30 anni al momento del voto e quindi troppo giovani per ricordare la lotta del Congresso Nazionale Africano contro l’apartheid all’inizio degli anni ’90. I due principali partiti di opposizione, il centro-destra di Democratic Alliance e l’estrema sinistra di Economic Freedom Fighters, sono guidati rispettivamente da Mmusi Maimane, 38 anni, e Julius Malema, 37. Entrambi sono perfettamente in grado di sfruttare la disaffezione del voto dei giovani, un bacino parecchio potente ma in gran parte non sfruttato.

Si badi bene, gli stravolgimenti demografici che per forza di cose poteranno a continue rivoluzioni nella classe dirigente africana dei prossimi anni non sono sinonimo di sicuri miglioramenti. Molti dei giovani attivisti politici in rampa di lancio non sono infatti immuni alle tentazioni del guadagno materiale illegale o delle derive ultrapopuliste. E gli esempi non mancano anche tra quelli citati. Dalle incognite rappresentate dal suprematismo nero di Kemi Seba, alle accuse di estremismo e omofobia nei confronti di Bobi Wine (che si è in prima persona paragonato a Emmanuel Macron, non proprio una ventata di positività), fino alle promesse irrealistiche di Nelson Chamisa e ai messaggi di incitamento alla rivolta che accomunano un po’ tutti i loro movimenti. Non sarebbe certo la prima volta che dalla spinta all’autodeterminazione si possa finire col dover combattere delle nuove, sanguinose guerre civili.

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