Mike Pompeo è arrivato in Italia con le idee molto chiare: il Segretario di Stato di Washington, forte delle origini italo-americane e di un interesse forte verso il nostro Paese, intende promuovere nella sua corposa visita nella penisola un’agenda di rafforzamento del rapporto tra i due Paesi.

Pompeo, come detto in precedenza, intende in particolar modo fornire sponda all’Italia nel campo della “guerra dei dazi” che potrebbe travolgere anche l’Unione europea e colpire duramente l’export italiano, specie nel comparto agroalimentare. Ma intende anche chiedere precise contropartite.

Pompeo verifica l’atlantismo del Conte-bis

Il Segretario di Stato è ora il numero due dell’amministrazione Trump dopo il defenestramento di John Bolton e risulta di conseguenza il maggiore pianificatore strategico dell’azione degli Stati Uniti. La linea Pompeo si fa sentire in particolar modo nei confronti della Cina e dell’Iran, Paesi nei cui confronti è ritenuto un “falco” pur non apprezzando il duro approccio dei neoconservatori come Bolton. Cina e Iran sono, ancor più di teatri meno rilevanti per Washington come il Venezuela, i dossier su cui si testerà il legame tra il secondo governo Conte e Washington. Governo che ha avuto in Trump un facilitatore per il rapporto franco e cordiale con Conte e ha di fatto in Pompeo un sostenitore: come ha raccontato Francesco Giubilei, Pompeo avrebbe ritenuto preferibili le garanzie atlantiche di Conte a quelle offerte da Matteo Salvini in occasione del tour americano dell’ex ministro dell’Interno.

Il nodo Iran

Il golden power approvato da Roma ha calmato, in un certo senso, lo scetticismo Usa sul 5G. Senza però calmarlo del tutto. Del resto, se sulla Cina l’Italia può guadagnare tempo forte della posizione eterogenea del campo europeo, sull’Iran Washington non chiede ambiguità. Il defenestramento di Bolton allontana l’ipotesi di un conflitto Usa-Iran, ma non quella di un ampliamento della strategia di massima pressione economico-diplomatica contro la Repubblica islamica. Il premier britannico Boris Johnson ha aperto una breccia nel fronte europeo sostenendo l’idea trumpiana di una revisione degli accordi sul nucleare, con l’implicita postilla che tali modifiche dovrebbero comportare clausole più stringenti per Teheran.

Logico che Pompeo chiederà un’analoga presa di posizione all’Italia nel suo dialogo con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Appare più che mai deleteria l’assenza dell’Italia al tavolo delle trattative che portarono alla firma del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) nel 2015 dopo i dialoghi tra l’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu e la Germania (5+1). Costretti ad andare a traino, dobbiamo necessariamente prendere una posizione sulla base di un fronte già in movimento e in pieno sviluppo.

Per lealtà verso gli Usa l’Italia ha già “castrato” i suoi rapporti economici con Teheran, cessato l’acquisto di petrolio, avviato una smobilitazione degli investimenti diretti nel Paese e abdicato a qualsiasi possibilità di mediazione. Ma Washington chiede un attestato di fedeltà più ampio, l’arruolamento completo e senza ambiguità di Roma nel fronte delle sanzioni e della pressione politica. L’Italia paga l’assenza di una strategia sull’Iran, la mancanza di potere negoziale, la confusione sulle prossime mosse da compiere.

Lo scetticismo dell’ambasciatore

Franco Bradanini, ex ambasciatore nei due Paesi “caldi”, Cina e Iran, ha dichiarato a Business Insider che “se l’Iran trovasse una maggiore stabilità è evidente che le ingenti risorse energetiche che possiede consentirebbero un flusso commerciale rilevante con il resto del mondo e una politica di investimenti in infrastrutture che attirerebbe molte aziende europee e italiane. Tutto ciò, però, è impedito dalla politica sanzionatoria americana e dal sostanziale asservimento europeo a questa”, con l’Italia che sconta l’ulteriore percezione di Teheran secondo cui l’Italia è marginale politicamente e strategicamente. Non potendo scegliere alternative né costruirne di nuove, sull’Iran per l’Italia il rischio è di cacciarsi in un vicolo cieco e di abdicare a qualsiasi possibilità di azione autonoma.

Spazio di manovra in Libia?

Per indorare la pillola, gli Stati Uniti sembra in ogni caso stiano prospettando a Roma un dividendo per la lealtà sull’Iran: il rilancio del sostegno alle iniziative italiane di pacificazione della Libia. Conte ha ricevuto da Pompeo maggiori assicurazioni sul dossier libico per una leale collaborazione Italia-Usa in vista di aggiornarsi al vertice della Nato, che si svolgerà a Londra il 3-4 dicembre.

Resta da capire come dare concretezza a un appoggio all’Italia che nel 2018 sembrava dover prendere la forma di una “cabina di regia” congiunta che non ha mai avuto veramente luce. A differenza del contesto iraniano, quello libico è un teatro dove l’Italia può presentarsi davanti a Washington con possibili strategie e iniziative: perdere di fronte alla superpotenza la possibilità di far sentire la propria voce in capitolo ove c’è spazio di manovra sarebbe un errore irreparabile.

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