Le elezioni parlamentari europee rappresenteranno uno spartiacque per la politica continentale. Gli elettori decideranno se assecondare il “vento sovranista” o se respingerlo, affidandosi, ancora una volta, ai cosiddetti partiti tradizionali. C’è una terza possibilità: quella per cui  populisti e popolari finiscano per far parte della medesima maggioranza. Se ne sta discutendo, ma la sensazione è che la decisione possa essere presa solo a bocce ferme, quando i risultati saranno ufficiali e quindi i voti potranno essere soppesati.

La narrativa sull’avanzata dei   sovranisti potrebbe essere stata alimentata in modo strumentale. L’annunciata esplosione di consensi nel Vecchio Continente potrebbe rivelarsi un buco nell’acqua. Oppure, al contrario, i dati sui partiti populisti potrebbero essere stati interpretati al ribasso, com’è spesso accaduto nel corso di questi ultimi anni. Vi ricorderete della Brexit, ma i britannici, a questo giro e per la prima volta, non saranno tra coloro che si recheranno alle urne. Un fattore che farà perdere qualche decina di seggi ai conservatori. Silvio Berlusconi, durante la serata di ieri, ha parlato di un “sovranismo europeo”, ma pure di “un’altra maggioranza, un’alleanza con i conservatori e i sovranisti per cambiare l’Europa”. Lo scenario che stiamo presentando, insomma, ha delle solide basi su cui poggiare. 

Anche Claudio Borghi, poche ore fa, ha detto la sua su questa ipotesi, ma ventilando la costruzione di un “fortissimo gruppo euro critico”, mantenendo però aperte “tutte le opzioni”.

La situazione di partenza

Le proiezioni del 18 febbraio hanno messo in chiaro un punto inequivocabile :Ppe e socialdemocratici non avranno la maggioranza per governare I due partiti storici si fermeranno infatti al 45%. La flessione dovrebbe riguardare soprattutto i secondi, a cui verrebbero meno quasi 60 seggi parlamentari. I popolari starebbero per lasciarsi qualcosa alle spalle, ma resterebbero comunque ancorati alla prima piazza del podio finale. La crisi della sinistra europea, insomma, costringe il fronte moderato a guardare altrove. Allo stato attuale delle cose, non si può escludere un canale di dialogo venga aperto con i liberali di Guy Verhofstadt, che potranno contare sull’esordio dei macroniani

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Molto più complicato appare il quadro in oggetto: popolari e populisti uniti in nome della comune radice conservatrice. La sommatoria tra le due istanze è stata spesso caldeggiata. Pensate a cosa sarebbe successo in Francia se Les Republicains e il Front National si fossero uniti al secondo turno contro Emmanuel Macron. Oggi, con ogni probabilità, Marine Le Pen abiterebbe all’Eliseo, ma la pregiudiziale nei confronti dei frontisti non ha mai smesso d’influenzare il sistema elettorale francese. Pensate, ancora, a cosa accadrebbe in Germania se la Cdu/Csu aprisse a un’alleanza con l’Afd: la Spd finirebbe con ogni probabilità all’opposizione. Ma queste sono operazioni meccaniche, costruite per il mezzo di operazioni matematiche che non tengono conto della storia di questi partiti, delle differenze che intercorrono tra loro e delle possibili reazioni elettorali ad alleanze mal costruite. Basti pensare che Alternative Fur Deutschland, a oggi, non fa neppure parte del gruppo parlamentare che a Strasburgo riunisce i cartelli populisti. Esiste, però, chi sta lavorando a questo progetto. 

Chi lavora all’alleanza tra popolari e populisti

C’è una parte del Ppe che sembra puntarealla svolta. Sebastian Kurz, in Austria, sta dimostrando di poter governare con il sostegno strutturale dei sovranisti dell’Fpo. Viktor Orban è rimasto nel Ppe, ma è pure legato a Visegrad, che è la vera fucina del populismo antimigranti Est – europeo. Poi bisogna tenere conto dello spostamento a destra del binomio Cdu/Csu: Manfred Weber, che fa parte del secondo acronimo, è di sicuro più disposto di Angela Merkel ad aprire a destra. Così come il ministro dell’Interno, che in Europa non ha troppo peso e che appena abbandonato la presidenza del suo partito in nome dell’unità:Horst Seehofer. 

Come ultimo, ma certo non per ultimo, c’è Matteo Salvini, per cui è stata addirittura prospettata una candidatura alla presidenza della Commissione europea. Bisogna fare attenzione, però, pure all’evoluzione dei Repubblicani transalpini: dopo la batosta presa da Francois Fillon alle presidenziali, una sconfitta che è arrivata pure per via degli attacchi mediatici, les Republicains hanno virato dal liberalismo: il nuovo leader è Laurent Wauquiez. che è molto conservatore, mentre il volto che verrà presentato agli elettori in vista di Bruxelles è quello del filosofo François-Xavier Bellamy, che non può essere accostato al moderatismo. In questo complesso ginepraio, quindi, non sono tanto i populisti a sbirciare verso il centro della scacchiera per comprendere quali possibilità esistano, ma i centristi, almeno in parte, a procedere con una lenta ma tangibile traversata verso destra. 

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Occhio ai Conservatori spinti dai polacchi di Diritto e Giustizia

Per dare vita a un’operazione del genere potrebbe servire un tramite. Qualcuno in grado di costruire ponti tra l’emisfero popolare e quello sovranista. Chi meglio dell’Ecr, che dovrà tuttavia fare a meno dei Tories, che cinque anni fa avevano conquistato ben 19 seggi? Giorgia Meloni ne è convinta: ai conservatori spetta il compito di rendere il Ppe sempre più simile a Viktor Orban, facilitando così distanze altrimenti invalicabili. E a fare la voce grossa, all’interno di questo gruppo parlamentare, saranno i polacchi di Diritto e Giustizia, che sono collegabili col premier ungherese per via di Visegrad. Loro, con ogni probabilità, sarebbero i destinatari naturali di una proposta d’alleanza fatta pervenire dal Ppe ma non basterebbero a confezionare la maggioranza parlamentare che serve. 

Il “laboratorio spagnolo” tra Vox e Ciudadanos

C’è una parte di Vecchio Continente in cui l’alleanza tra popolari e populisti potrebbe essere sperimentata prima del previsto. InSpagna, come ha spiegato Lorenzo Vita all’interno delle sue analisi, potrebbe presentarsi un’anomala alleanza composta dalle tre forze di centrodestra: Partito Popolare, Ciudadanos e Vox. Sarebbe il preambolo di quello che potrebbe accadere a Strasburgo: popolari, populisti e conservatori contro gli avversari socialdemocratici e liberal-democratici. 

Ma i numeri non ci sono

La prime proiezioni ha sentenziato: una maggioranza così composta, allo stato attuale delle cose, non è possibile. I sovranisti, pur tenendo in considerazione quelli indefiniti, cioè il gruppo parlamentare di riferimento dei grillini, si fermerebbero a 153 seggi. I quali, una volta sommati ai 183 del Ppe, non consentirebbero comunque di esprimere una preponderanza numerica. Il totale farebbe 336 parlamentari, ma per guidare Bruxelles e Strasburgo ne servono 376. Affinché una maggioranza popular – populista divenga fattibile, almeno su carta, serve che Ppe, Ecr, Efr e “Manifesto dei sette” ottengano altri quaranta parlamentari.

Tra le sigle indicate, però, intercorrono differenze programmatiche e valoriali notevoli. Ecco perché, alla fine della fiera, è lecito pronosticare che a comporre la maggioranza saranno Ppe, Socialdemocratici e Alde. 

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