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Il progetto della Nuova Via della Seta ha come obiettivo principale quello di presentare la Cina come una superpotenza politica, prima ancora che commerciale. Non c’è solo sviluppo, economia e grandi capitali dietro questo progetto che collegherà l’estremo Oriente all’Europa, ma tutta una serie di nuove partnership ed alleanze che partendo dall’economia e dalle infrastrutture diventeranno politiche e strategiche. La scelta espansiva di Pechino nasce dunque dall’esigenza non solo di estendere i propri mercati, ma di mostrarsi come potenza che può garantire una peculiare “via cinese alla globalizzazione” alternativa a quella proposta dagli Stati Uniti. Partendo da queste due visioni contrapposte, è evidente che il progetto dell’Obor (One belt, one road) non può essere gradito dalle parti di Washington. Il motivo è che, non potendosi creare in Asia e Africa un vuoto di leadership geopolitica, la paura degli Stati Uniti è che dove avanza la Cina, inevitabilmente arretrino gli Stati Uniti – il Pakistan, in questo senso, può essere un esempio calzante sulla comprensione di questa transizione geopolitica.

Questo confronto fra superpotenze si gioca su vari terreni: militare, politico, economico e commerciale. E questi terreni spesso si uniscono, rendendo praticamente impossibile comprendere dove si fermi il piano economico e sopraggiunga quello militare  o viceversa. In questo senso, il Mar Cinese Meridionale è senza ombra di dubbio uno degli esempi perfetto di come si possano unire questi due piani ed il motivo per cui non si può in alcun modo considerare questo confronto come un mero problema di ordine economico. La Cina ha assoluta necessità della libertà di navigazione delle rotte commerciali che interessano i suoi porti principali, che non sono soltanto terminali della Nuova Via della Seta terrestre, ma anche e soprattutto terminali della Nuova Via della Seta marittima. Queste due direttrici geo-economiche hanno infatti l’anello di congiunzione proprio nelle immense aree portuali cinesi, da cui dipende lo smistamento dei carichi dal continente al mare e viceversa, ma anche la stessa capacità industriale ed economica della Cina del Terzo Millennio, che dipende anch’essa dalle materie prime del resto del mondo.

Per comprendere questo tema, basti riflettere su quanto scritto da Dan Negrea per il Washington Times, il quale ha ricordato che Pechino importa più della metà delle proprie riserve petrolifere e che l’80% di esse giunge via mare. Di queste importazioni marittime di petrolio, va aggiunto oltretutto che la maggior parte arriva dal Golfo Persico – l’Arabia Saudita in primis – che vede le monarchie locali da sempre alleate degli Stati Uniti. A questa necessità commerciale e di approvvigionamento di materie prime, si aggiunge la questione legata all’indotto creato dall’aumento dell’import-export e dallo sviluppo dei porti. Secondo stime del Fmi, la Cina ha ancora un Pil pro-capite estremamente basso rispetto agli Stati asiatici legati all’economia statunitense, ed è dunque necessario che il governo cinese adotti politiche che utilizzino la crescita economica per spostarla sui capitali dei cittadini in modo da far crescere il mercato interno – obiettivo strategico del prossimo futuro. Per crescere, servono ricchezza derivante dal commercio e aumento dei posti di lavoro, che si stima in almeno 10 milioni di nuovi posti di lavoro ogni anno, e per far questo, la Nuova Via della Seta  è una miniera imprescindibile insieme ai suoi porti.

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L’incubo cinese in questo momento è dunque quello che tali rotte commerciali dai porti del Pacifico siano messe in pericolo da fattori di destabilizzazione politica e militare in cui gli Stati Uniti possano avere interessi. Rischi per altro assolutamente confermati dalle ultime vicende geopolitiche che hanno interessato non solo il Mar Cinese Meridionale ma tutta l’area dell’estremo Oriente, dalla penisola coreana alle Filippine. L’avvio di una politica espansiva cinese attraverso queste rotte commerciali comporta, infatti, uno scontro di aree d’influenze con Paesi storicamente vicini a Washington e dove gli Stati Uniti hanno una presenza militare già importante e che non hanno alcun interesse a diminuire se non ad aumentare, proprio per contrapporsi alla scelta di Pechino di aprirsi al mondo attraverso il mare. Le conflittualità presenti nei mari introno la Cina aiutano infatti gli Stati Uniti a giustificare la presenza militare e ad aumentare le manovre delle flotte che comportano minacce alla sicurezza e alla sfera d’influenza cinese. Basta aprire una qualsiasi mappa geografica del Pacifico per vedere come il gigante cinese sia in realtà circondato da Paesi in cui le forze armate statunitensi possiedono basi o hanno accordi di partnership strategiche: Guam, Corea del Sud, Giappone, Filippine – nonostante Duterte -, India, ma anche Vietnam e Brunei, e più giù a Singapore fino alla stessa Australia. In questo senso, la scelta di Trump di uscire dal partenariato transpacifico potrebbe essere stata un aiuto fondamentale all’influenza cinese, ma l’aumento della flotta nel Mar Cinese Meridionale e in quello Orientale deve far comprendere che la sfida è appena cominciata. La crisi coreana, forse, ha un’altra spiegazione rispetto al puro scontro fra Kim e il resto del mondo.

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