Donald Trump non possiede un cane e questo, nell’immaginario collettivo democratico, costituisce un vulnus, cioè un lato del campo sul quale attaccare con insistenza.

Potrebbe sembrare una tattica secondaria ma l’abito, negli Stati Uniti – nel senso delle usanze, quello che una volta si sarebbe chiamato mos maiorum – continua a fare il monaco. E, tra i comportamenti più in voga adottati dai leader politici progressisti, c’è appunto quello di far sapere ai potenziali elettori che loro, fosse pure un cagnolino, in casa ce l’hanno o, in caso d’elezione alla Casa Bianca, lo prenderanno di sicuro. 

Basterebbe un giro sui profili Instagram degli asinelli candidati alle primarie per trovare conferme di questo assunto. Bernie Sanders, a ben vedere, si è dato soprattutto alla pallacanestro: il “vecchio leone” sta provando a dimostrare di essere ancora spendibile pure da un punto di vista fisico per il ruolo presidenziale: i suoi profili social ospitano filmati in cui il senatore del Vermont segna qualche punto, in scioltezza, appoggiandosi al tabellone.

Forse Bernie vuole evitare che i media sottolineino la sua età anagrafica. Ma torniamo alle motivazioni nascoste dietro la comparsa di Fido in campagna elettorale. Lo ha ben spiegato Il Corriere della Sera: coloro che si propongono di sconfiggere il tycoon alle presidenziali del 2020 stanno utilizzando una narrativa che li vede spesso immortalati assieme al miglior amico dell’uomo. Tutti i presidenti della storia degli States, del resto, hanno avuto il loro cane presidenziale. La comunicazione politica, a distanza di un anno e mezzo dalla competizione vera e propria, sta già dettando tempi e tematiche. 

Va bene interessarsi alle minoranze, quindi – un terreno sul quale il presidente potrebbe avere più di qualche difficoltà – . Va bene anche fossilizzarsi sui diritti civili, che è un ulteriore ambito per il quale Trump, di solito, viene bollato come oscurantista: le sue posizioni in materia non attirano certo le simpatie progressiste. Non bisogna dimenticarsi, però, dell’equiparazione tra il possesso di un cane e l’essere presidente degli Stati Uniti. Nessuno, prima dell’avvento del “magnate populista”, aveva rotto la tradizione in questione. 

Nella politica americana nulla accade per caso ed è sempre il quotidiano citato a segnalare come, stando alla statistica di American pet produts, solo il 40% dei cittadini statunitensi non possa vantare di possedere un cane. Identificazione e rispetto della prassi precostituita, in questa storia, la fanno da padrone. Ma Trump, com’è spesso accaduto nel corso di questi quattro anni, non ha timore di apparire fuori luogo. 

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