Dopo 10 anni di latitanza, è giunto il momento per Julian Assange di affrontare a Londra il processo che stabilirà il suo destino e che diventerà un fondamentale precedente per le prossime cause internazionali riguardanti la diffusione di notizie coperte da segreto di Stato. Non si tratta però del processo riguardante la fuga di notizie di Wikileaks – dall’esito quasi scontato e che si svolgerebbe negli Stati Uniti- bensì di quello relativo alla sua estradizione a Washington.

Nella giornata di lunedì avrà inizio la prima parte del processo atto a stabilire se le richieste di Washington siano giustificate o se si tratti di una persecuzione politica nei confronti di Assange, dopo l’arresto dello scorso 11 aprile nell’ambasciata dell’Ecuador. Tuttavia, secondo la tesi difensiva non ci sarebbero elementi sufficienti per poter accettare la richiesta degli Stati Uniti di estradizione e che una tale decisione sarebbe pericolosa in quanto creerebbe una situazione di storico per i processi futuri.

Estradare Assange significa limitare la libera d’informazione

La tesi difensiva che Assange ed i suoi avvocati hanno intenzione di seguire si basa sul diritto all’informazione. nella misura in cui egli possa essere giudicato perseguibile dagli Stati Uniti, volente o nolente il Regno Unito si renderebbe partecipe di un tentativo di limitare la libertà di stampa; venendo meno ad uno dei diritti basilari della legislazione internazionale. Ed in questo scenario, la scelta rischierebbe di avere delle gravi ripercussioni su tutta la filiera dell’informazione, che a quel punto sarebbe esposta ad un numero maggiore di pericoli in caso di diffusione di documenti o informazioni segrete.

Inoltre, secondo quanto riportato da Reuters e sostenuto dalla sua difesa, Assange avrebbe svelato documenti che evidenziano – tra le altre cose – dei pesanti crimini di guerra da parte dagli eserciti occidentali e compiuti principalmente in Afghanistan. La necessità di svelare all’opinione pubblica i misfatti messi in atto dalle truppe durante la guerra e le bugie dei governanti sarebbe sufficiente a scagionare il creatore di Wikileaks e porre fine ad una vicenda scoppiata nel 2010 con la pubblicazione dei documenti coperti da segreto di Stato e delle conversazioni private dei funzionari americani.

La risposta degli Stati Uniti dall’attacco del 2010

In seguito alla diffusione delle prime documentazioni segrete, il governo degli Stati Uniti – guidato all’epoca da Barack Obama – decise di contrastare con ogni strumento in suo possesso la piattaforma online. Attacchi DDoS e minacce ai canali in cui veicolavano le notizie in mano all’organizzazione – tra i quali il social network Twitter – erano diventati la prassi per il contrasto alla fuga di notizia, sebbene qualsiasi tentativo americano alla lunga si fosse dimostrato inefficace. Dopo l’accusa di violenze sessuali (successivamente rivelatesi infondate) in Svezia, nel 2012 Assange decise di trovare rifugio nell’ambasciata dell’Ecuador di Londra per non cadere nella mani della giustizia internazionale: e dove rimase sino alle scorso 11 aprile.

Da allora gli Stati Uniti hanno fatto pressione per l’estradizione negli Stati Uniti dell’attivista, chiamato a difendersi dall’accusa di violazione di segreto di Stato e rischiando il massimo della pena. Ed è per questo motivo che il legale di Assange sia fermamente convinto di come la partita giudiziaria debba essere vinta nel Regno Unito e per il processo siano stati già chiamati 29 testimoni pronti a sostenere il giornalista australiano.

L’effetto Wikileaks sull’opinione pubblica

Dopo la giornata del 28 novembre 2010 l’immagine dei governi mondiali agli occhi della popolazione cambiò drasticamente, andando a minare la percezione di infallibilità dei direttivi nazionali ed internazionali. Inoltre, la diffusione delle conversazioni private nelle quali venivano utilizzati termini molto spesso fuori luogo ha incrinato i rapporti tra i vertici di potere, contribuendo all’instabilità popolare dei mesi successivi – come nel caso delle primavere arabe.

La possibilità che una singola organizzazione potesse di colpo piegare le istituzioni internazionali ha obbligato i Paesi a prendere delle più stringenti misure di sicurezza informatiche e di disincentivare comportamenti simili che avrebbero potuto portare a nuove fughe di notizie. Tuttavia, dal 2010 l’interesse della popolazione per la questione è accresciuta, segnando un punto di svolta rispetto al passato.

Il processo che inizierà lunedì segnerà l’inizio della cerimonia di chiusura della vicenda legata datagate di Wikileaks ed evidenzierà al tempo stesso il grado di apertura del mondo occidentale verso la più liquida libertà di informazione. Tenendo presente che, in questo caso, si svolgerà sotto gli occhi di tutti: con gli stessi accusatori che, in caso di vittoria, rischieranno di diventare i prossimi inquisiti dell’opinione pubblica mondiale.

 

 

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