Anche la Nuova Via della Seta deve fare i conti con gli effetti negativi provocati dalla pandemia di Covid-19. Il mastodontico progetto infrastrutturale-commerciale voluto dal presidente Xi Jinping per collegare la Cina al resto del mondo è accompagnato da un enorme punto interrogativo. Se è vero che nel periodo compreso tra gennaio e marzo il commercio del Dragone con i Paesi coinvolti nella Bri è aumentato del 3,2%, è altrettanto vero che i risultati del secondo trimestre dipenderanno dalla capacità dei singoli governi di contenere la diffusione del nuovo coronavirus.

Il disastro sanitario globale ha generato due ostacoli che Pechino dovrà superare il più in fretta possibile. Da una parte la Cina non è più in grado di riversare nella Nuova Via della Seta la stessa potenza di fuoco del periodo precedente alla pandemia. Tra aiuti e sussidi vari, il governo ha più volte aperto i rubinetti della People’s Bank of China per aiutare cittadini e imprese rimasti scottati da settimane di lockdown. Detto altrimenti, la priorità cinese è quella di rimettere in sesto l’economia nazionale. Di conseguenza, tutte le risorse (o quasi) dovranno contribuire a questa causa.

Dall’altra parte, i partner del Dragone, vecchi e nuovi, si trovano a fronteggiare problemi simili. Non solo: nel bel mezzo della “Seconda Guerra Fredda” sino-americana, gli Stati Uniti stanno cercando di sfruttare a proprio vantaggio ogni debolezza dei rivali. Dunque il piano di Washington è semplice: convincere i partner cinesi ad abbandonare l’abbraccio del gigante asiatico per tornare (o entrare) nell’alveo americano.

Investimenti e scambi commerciali

Come ha fatto notare il South China Morning Post, la pandemia di coronavirus ha provocato un generale crollo degli investimenti oltre che un calo degli scambi commerciali. A proposito di quest’ultimo aspetto, bisogna considerare che il commercio estero totale della Cina (quindi con tutti i Paesi e non solo con i suoi partner più stretti) è diminuito del 6,4% su base annua nel primo trimestre 2020. Secondo alcuni esperti, tra cui Tong Jiadong, professore di commercio internazionale presso l’Università di Nankai a Tianjin, il commercio cinese con i Paesi della Bri potrebbe subire un calo compreso tra il 2% e il 5%. Altri analisti ritengono che gli investimenti diretti esteri in Cina scenderanno di circa il 30%.

I segnali che preannunciano il possibile arrivo di una tempesta lungo le rotte della Bri non mancano. Prendiamo, ad esempio, quanto sta accadendo nella città cambogiana di Sihanoukville, in Pakistan o in Bangladesh, dove i progetti cinesi sono rallentati o addirittura congelati in attesa di tempi migliori. Il concetto stesso di Nuova Via della Seta, inoltre, potrebbe adattarsi al contesto post-pandemico, spingendo Pechino ad investire in infrastrutture di alto profilo, come porti e aeroporti, lasciando perdere tutti gli altri piani secondari.

Israele e Romania voltano le spalle al Dragone

La pressione degli Stati Uniti contribuisce, assieme ai problemi economici, a smontare, pezzo dopo pezzo, la Bri cinese. Pechino non vuole assolutamente ritrovarsi con le spalle al muro ma, in questa fase, complice probabilmente la pandemia di coronavirus, l’influenza di Washington sembrerebbe essere aumentata. E così, ha evidenziato sempre il South China Morning Post, molti Paesi rischiano di seguire le orme della Romania. Che cosa è successo?

Bucarest ha interrotto i negoziati con il partner cinese in merito a un piano che prevedeva la costruzione di due reattori nucleari. Nei prossimi giorni la società nucleare rumena Nuclearelectrica, posseduta all’80% dallo Stato, chiederà alla China General Nuclear (CGN) di bloccare il progetto. In base a un protocollo d’intesa firmato nel 2015, come parte della Bri, Nuclearelectrica e CGN erano concordi nel formare una joint venture per “sviluppare, costruire e gestire” due reattori nucleari capaci di fornire energia elettrica alla Romania. Alla fine Bucarest si accontenterà dei due reattori già in suo possesso e rifiuterà il contributo di Pechino.

Quasi in contemporanea, la Cina ha dovuto subire un altro contrattempo, questa volta in Israele, dove Tel Aviv, grande alleato americano, ha alla fine deciso di assegnare un progetto di dissalazione dal valore dei 1,5 miliardi di dollari a una società nazionale e non più a una consociata cinese. In entrambi i casi, gli esperti ritengono che lo zampino degli Stati Uniti possa aver avuto un ruolo decisivo nella scelta dei governi.

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