Dal 17 aprile nella capitale armena si svolgono manifestazioni contro il primo ministro Nikol Pashinyan. Lunedì 2 maggio 244 manifestanti per le strade di Yerevan sono stati arrestati. Il motivo delle proteste risale alla dichiarazione del premier dello scorso mese in parlamento, in cui ha sostenuto la necessità di un accordo di pace con l’Azerbaigian. La decisione non ha riscontrato l’approvazione del popolo.

Il conflitto che vede protagonisti Armenia e Azerbaigian riguarda la regione contesa del Nagorno-Karabakh (Nkr), parte dell’Azerbaigian ma sotto controllo armeno dagli anni 90. Nell’autunno 2020 una guerra durata sei settimane ha visto l’Azerbaigian rivendicare il controllo su aree di terra dentro e intorno alla regione, considerate parte dell’Azerbaigian anche nelle risoluzioni dell’Onu del 1993. Il conflitto si è concluso con la firma di una tregua, mediata dalla Russia, che prevedeva restituire il resto delle aree occupate all’Azerbaigan. 

Quest’anno gli accordi si avviano verso una risoluzione, ma le forze dell’opposizione armena si fanno sentire a suon di “Armenia senza Nikol!”. Domenica primo maggio sono stati allestiti nel centro di Yerevan tende per una protesta h24. I manifestanti avevano annunciato di non muoversi finché Pashinyan e il suo partito non si fossero dimessi. Sono state erette barricate da bidoni della spazzatura e panchine e in piazza di Francia, che collega le quattro strade principali della capitale, il traffico è stato bloccato.

La protesta è stata organizzata dal vicepresidente parlamentare Ishkhan Sagatelyan. Il leader ha esortato i cittadini a far perdurare i disordini nelle strade della città, annunciando che non avrebbero sgomberato la zona e che avrebbero pernottato in piazza. Gli arresti di lunedì sono stati accompagnati dall’uso della forza e i giornalisti che si occupavano delle proteste sono stati respinti dalla polizia. L’accusa ufficiale per chi è stato arrestato è quella di essersi rifiutati di obbedire agli agenti di polizia.

I motivi delle proteste

Nel mese di marzo le autorità del Karabakh hanno denunciato pesanti sparatorie da parte dell’Azerbaigian. Inoltre, un importante gasdotto che riforniva il Nkr è stato danneggiato, lasciando la popolazione senza poter riscaldare le proprie case per diversi giorni. Entrambe le parti hanno collegato gli eventi alla guerra in Ucraina. Gli armeni sostenevano che gli azeri stessero approfittando della guerra per sfruttare la propria posizione in Karabakh.

Successivamente l’Azerbaigian ha inviato all’Armenia un piano in cinque punti per normalizzare le relazioni. La parte azera invitava al riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, alla reciproca riaffermazione dell’assenza di rivendicazioni territoriali e all’obbligo giuridicamente vincolante di non avanzare tali pretese in futuro, a demarcare i confini e a sbloccare i collegamenti di trasporto. L’Armenia ha risposto richiedendo alla Co-presidenza del Gruppo di Minsk dell’Ocse di organizzare i negoziati per la firma di un accordo di pace.

Il 6 aprile Yerevan e Baku hanno concordato l’avvio dei colloqui di pace sulla regione contesa del Nagorno-Karabakh dopo l’incontro tra i leader dei due Paesi. Il 13 aprile il primo ministro armeno ha dichiarato in un discorso all’Assemblea nazionale in parlamento che il suo governo progettava di firmare al più presto un accordo di pace con l’Azerbaigian. L’intenzione nasce dall’obiettivo principale di garantire tutti i diritti e le garanzie di sicurezza per gli armeni nell’Nkr, mentre lo status del territorio verrebbe in tal modo ceduto per la causa.

L’opinione pubblica in Armenia ha reagito alle dichiarazioni di Pashinyan: l’indignazione ha scatenato proteste per la non riconosciuta Repubblica del Nagorno-Karabakh. Il 14 aprile, il parlamento dell’Nkr ha invitato il governo armeno a ritirarsi dalla sua “posizione perniciosa”.

Riconoscendo l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, il premier ha dimostrato un cambiamento radicale nella sua filosofia negoziale. Tale posizione compromette la politica attuata da Yerevan. Questo nuovo approccio, però, sembra essere frutto di una valutazione più concreta dei fatti: l’Armenia ha perso la guerra nel 2020; la Russia, occupata in Ucraina, non offre all’Armenia nessuna garanzia di sicurezza; l’opinione globale pare essere a favore dell’integrità territoriale dell’Azerbaigian.

Nel suo discorso, Pashinyan ha sottolineato il ruolo svolto dalla Russia, ma ha dato maggiore peso agli sforzi compiuti dall’Ue. Sembra che il premier voglia costruire un’organizzazione internazionale più ampia attorno alla questione del Karabakh, in cui gli Stati occidentali, inclusi Stati Uniti, Francia e Ue, saranno gli attori dominanti. In questo modo Yerevan incoraggerebbe questi attori a fare pressione su Baku per garantire i pieni diritti armeni del Karabakh.

La posizione di Pashinyan è stata interpretata per l’ennesima volta dal popolo come un “tradimento” degli interessi della nazione. Ciò ha scatenato le proteste contro la nuova politica. Già nel mese di marzo avevano fatto irruzione in uno degli edifici del complesso governativo nella capitale chiedendo le dimissioni del premier, proprio durante una manifestazione del partito d’opposizione Dashnaktsutyun (Federazione Rivoluzionaria Armena). I membri del partito temono infatti che firmare un accordo di pace significherebbe abbandonare le aspirazioni all’indipendenza per la regione del Nagorno-Karabakh.

Le rivoluzioni di Pashinyan

L’attuale premier armeno è stato eletto la prima volta nel 2018 dopo la “rivoluzione di velluto”, in cui numerose proteste pacifiche avevano condotto l’ex presidente Serzh Sargsyan alle dimissioni, accusato di aver trasformato l’Armenia in un regime autoritario. A capo delle proteste c’era proprio Pashinyan, leader di quello che era il Congresso Nazionale Armeno, partito liberale di opposizione. Da quando è stato eletto la prima volta, il premier ha tentato di attuare riforme radicali per rilanciare l’economia armena e combattere la corruzione, che affligge il paese da tempo, guadagnandosi il sostegno del popolo.

Nel 2021 sostenne di aver realizzato una seconda rivoluzione in tre anni che definì “rivoluzione d’acciaio”. Aveva infatti convocato elezioni legislative anticipate dopo la sconfitta militare subita dall’Azerbaigian nel 2020 nel Nagorno-Karabakh. Fu proprio la firma del cessate il fuoco che ha sancito la fine del conflitto a costare a Pashinyan l’accusa di “traditore” degli interessi nazionali. In occasione delle elezioni, sostenitori e oppositori del premier erano scesi in piazza. La vittoria alle elezioni fu probabilmente frutto della paura di un ritorno del vecchio regime.

Questa volta le paure potrebbero essere scavalcate dal secondo tradimento percepito dal popolo e l’attuale premier potrebbe soccombere alle stesse armi con cui salì al potere originariamente.

 

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