Mentre la guerra in Ucraina si sta risolvendo in uno stallo prolungato impantanando le forze russe, Vladimir Putin e il suo cerchio di potere fanno i conti con la gestione dei problemi e delle rivalità interni all’apparato del Cremlino e alle principali strutture strategiche di Mosca.

E mentre gli errori strategici di valutazione emergono in tutta la loro ampiezza e si fa riferimento a sempre più elevate tensioni tra i vari membri dell’élite militare di Mosca, sono già cadute le prime teste. E non parliamo solo delle perdite sul campo, che sono già elevate a livello di comandanti superiori, segno di una difficoltà organizzativa crescente: nei primi venti giorni dell’offensiva sono morti in combattimento otto colonnelli e ben quattro generali (Andrey Sukhovitsky, Vitaly Gerasimov, Oleg Mityaev, Andreij Kolesnikov), a testimonianza della difficoltà russa di difendere i comandi più avanzati nell’azione militare in Ucraina e delle sottostime compiute nelle forze ucraine. Da cui è derivata una vera e propria campagna di epurazione dai comandi delle figure ritenute responsabili del disastro.

Le teste che sono cadute

Secondo il sito d’informazione Bellingcat il fedelissimo di Putin Viktor Zolotov, comandante della guardia nazionale costruita su iniziativa di Putin a partire dal 2016, ha licenziato il vice, generale Roman Gavrilov, uomo chiave nella struttura di sicurezza interna che risponde direttamente al Cremlino. Inoltre Andrej Soldatov, esperto di servizi segreti russi, ha fatto notare, sottolinea Repubblica, “l’arresto di Serghej Beseda e Anatolij Bolyukh, capo e vice del Nono direttorato del Quinto Servizio” della Fsb, l’organo di sicurezza interna della Federazione Russa.

L’Institute for the Studies of War, un think tank di Washington, in un’analisi sulla guerra in Ucraina ha sottolineato che non è verificabile l’affermazione del direttore del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Kiev, Oleksiy Danilov, che parla di otto generali dell’esercito silurati da Putin per i problemi in combattimento. Ma certamente è vero che, come sottolinea Farida Rustamova, giornalista russa, in molti corridoi di potere di Mosca è dominante l’idea che presto si arriverà a un graduale processo di rimozione dei fedelissimi di Putin ritenuti colpevoli dello stallo o, peggio, di aver fornito false informazioni per non far desistere il Cremlino dalla decisione dell’invasione.

Esterno al partito della guerra a oltranza sarebbe stato anche il più celebre comandante militare russo, Vitalij Gerasimov, capo di Stato Maggiore dell’esercito. Il comandante e viceministro della Difesa, noto per il suo famoso articolo sulla Hybrid Warfare pubblicato nel 2013 sul “Corriere Militare-Industriale” sarebbe secondo alcuni report stato di fatto commissariato dal Ministro Sergej Shoigu e dal partito dei falchi del Cremlino e, il 26 febbraio scorso, addirittura cacciato da una riunione strategica di vitale importanza.


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CAUSALE: Reportage Ucraina
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Nella giornata del 18 marzo, poi, è arrivata la notizia che Arkady Dvorkovich, consigliere economico di Dmitry Medvedev durante la sua presidenza e vice primo ministro fino al 2018, si è dimesso dalla guida presso lo Skolkovo Innovation Center, un importante centro tecnologico con sede a Mosca. Dvorkovich, che è anche un noto uomo di cultura e appassionato di scacchi, tanto da esser diventato presidente della International Chess Federation nel 2018, risulta uno dei leader russi più attenti a curare le sue relazioni internazionali. Tra i pochi uomini al vertice ad essersi espresso contro la guerra, in una recente intervista ha dichiarato che “le guerre uccidono speranze e aspirazioni, congelano o distruggono relazioni e connessioni”, mandando su tutte le furie il Cremlino e Russia Unita.

La caduta di uno dei boiardi più importanti di Russia segnala che ormai la faglia dentro il potere è precisa: chi segue Putin fino in fondo sul sostegno alla guerra, è dentro. Chi critica, è fuori.

Falchi contro colombe

Il fatto stesso che Putin abbia dichiarato più volte di voler perseguire “i traditori” e colpire con dure purghe dagli apparati di potere chi è accusato di non fare gli interessi della Russia segnala che all’interno del sistema di governo dello Stato si sono aperte diverse faglie.

Le dimissioni dei vertici militari e d’intelligence ritenuti infedeli, le mosse contro i boiardi ostili alle mosse del Cremlino, il durissimo piano di controllo interno (e per Medvedev, oggi vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale Mosca pensa alla possibile reintroduzione della pena di morte in Russia per reati particolarmente gravi, dopo la sospensione dal Consiglio d’Europa) e diversi fatti di questi ultimi tempi ci mostrano che ormai la faglia importante in ogni campo è quella tra falchi e colombe.

Il giallo del mancato viaggio in Cina di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri, segnala che oggi il partito di chi vuole seguire la via diplomatica, da Lavrov a lungo perseguita con profitto, è in difficoltà e annaspa. Shoigu e i vertici dell’intelligence militare formano la “bolla” bellicista di Putin. E le tensioni si scaricano sugli apparati. Ora il direttore dell’intelligence militare russa, Igor Kostyukov, e l’SVR (diretto da Sergei Narychkin), cercano di rimediare agli errori compiuti sull’analisi realizzata sia sul contesto geopolitico ucraino che europeo e ai problemi di valutazione sulle forze di Kiev scaricando le responsabilità sul Fsb, al cui vertice vi è Alexander Bortnikov, e facendo quadrato con Shoigu. Insomma, chi ha errato ora applica la strategia del radicalismo bellicista. Ed è chiaro che in caso di avanzata o vincerà l’asse Lavrov-Bortnikov, che non a caso ha cercato di limitare i danni promuovendo il fallito attacco di decapitazione alla leadership ucraina, o quello Narychkin-Shoigu-Kostyukov, fautore del conflitto prolungato.

La trincea di Elvira Nabiullina

Vi è poi un caso riguardante la risposta all’Occidente e alla guerra economica da esso portata tramite sanzioni. Il pagamento di una cedola da 117 milioni di dollari nella divisa statunitense è avvenuto con la mediazione della Banca centrale guidata da Elvira Nabiullina, mediatrice e esperta nel tirare la Russia fuori dalle secche delle sanzioni. La Nabiullina da tempo contesta le manovre spericolate del governo e ha, per ora, avuto la meglio su Anton Siluanov, ministro delle Finanze, che ha nei giorni scorsi fatto capire come la volontà di Vladimir Putin fosse in principio quella di saldare in rubli le obbligazioni su cui la Russia si trova esposta con l’Occidente. Eventualità che avrebbe sancito la possibilità di un default di Mosca e la fine di ogni ponte economico con Europa e Usa.

La Nabiullina, che ha già dovuto compiere un aumento dei tassi, è ritenuta, sottolinea Tpi, “una tecnocrate di alto profilo e come una delle migliori governatrici al mondo, che ha portato la Russia ad avere una stabilità relativa pure in tempi di crisi”. Il grande gelo personale con Putin ha fatto aprire la strada all’ipotesi di dimissioni che “potrebbero di per sé aggravare le condizioni economiche del Paese, segnalando un passaggio importante nella crisi sempre più profonda in atto nei palazzi del potere moscoviti”.

Le divisioni tra gli oligarchi

Infine, vi è una sfida riguardante il sistema economico-politico nato dal matrimonio tra lo Stato e gli oligarchi, che vede i miliardari vicini al Cremlino dividersi in tre partiti. In primo luogo, i fedelissimi dello Zar, che costituiscono l’elite economica organica alle logiche, spesso cleptocratiche, del potere russo. Tra questi si segnalano Gennady Timchenko e i fratelli  i fratelli Arkady e Boris Rotenberg, veri e propri ras dei programmi infrastrutturali ed energetici. 

In secondo luogo, i critici che cominciano a moltiplicarsi, come ripoprtano diverse dichiarazioni riprese da Forbes: Alexei Mordashov, il più ricco uomo di Russia e signore dell’acciaiop ha definito i combattimenti una “tragedia di due popoli fratelli”; Oleg Tinkov, il fondatore della Tinkoff Bank, ha dichiarato che “in Ucraina stanno morendo persone innocenti, ogni giorno, questo è impensabile e inaccettabile”; per Igor Rybakov, miliardario comproprietario del produttore di coperture e isolamento Technonicol, “il punto di non ritorno è stato superato e questa sarà una grande storia che toccherà la vita di milioni di persone”.

In mezzo, figure come Roman Abramovichche si trovano nella scomoda posizione di venir colpiti dalle sanzioni occidentali trovandosi fuori dalla Russia e di cercare una mediazione che preservi sia la loro influenza in patria che i loro affari fuori dal Paese. Il riassestamento della geografia del potere economico russo e l’evoluzione delle fortune degli oligarchi sarà un termometro della situaizone dalle parti del Cremlino.

In sostanza le purghe di Putin colpiscono finora figure importanti ma non il cuore dell’élite scettica sull’Ucraina. E proprio su questo filo sottile si gioca il futuro tra il proseguimento dell’incendio e una vera mediazione. Figure come Lavrov, Nabiullina, Gerasimov, Tinkov, Mordashov, assieme alle loro attività, dovranno essere monitorate con attenzione per capire in che misura Putin, “amministratore delegato” di un complesso sistema di potere, ha la presa e in che misura, invece, l’autocrazia russa sta consumando sè stessa. Nella consapevolezza che il fronte interno è per lo Zar altrettanto importante di quello ucraino, in quanto la sua tenuta consente il mantenimento del meccanismo che lo tiene al potere.

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