Nei rapporti tra le persone, dicono gli psicologi, l’inclinazione a trovare in un’intenzione ostile altrui la causa dei propri mali (non ho perso le chiavi perché sono disordinato ma perché me le hanno rubate) rivela una tendenza paranoide. Nei rapporti tra le nazioni, invece, è la norma, è una strategia politica usata in ogni epoca. Non a caso alla “invenzione del nemico” sono dedicati molti pregevoli saggi, da quello di Franco Cardini sulla “criminalizzazione” dell’islam nel Medioevo a quello di Tonino Tosto sulle leggi razziali fasciste del 1938.

Non poteva mancare, in questa crisi da coronavirus in cui gli Usa non danno grande prova di sé e la Nato si segnala per lo scarso contributo alla lotta contro la pandemia, l’accusa alla Russia, che punterebbe sulla paura da contagio per seminare il panico e la divisione nelle nostre società e in particolare in quella americana. I soliti troll, i soliti social, i soliti hacker.

I giornali russofobi si sono buttati a pesce sulla faccenda. D’altra parte non è complicato. Basta prendere uno di quei pezzi in cui il New York Times cita solo fonti anonime o funzionari del Dipartimento di Stato (che parlano male degli avversari degli Usa per mestiere, son lì apposta), tradurlo e pubblicare. E poi alla fin fine può pure essere vero che i propagandisti russi cerchino di approfittare delle difficoltà altrui, anche loro sono lì apposta. Non abbiamo forse letto, qua da noi, che il contingente della sanità militare russa arrivato in Italia a dare una mano contro il virus è pieno di spie? Che a guidarlo è addirittura un criminale di guerra? Che i suoi tecnici spruzzano sulle strade italiane liquidi misteriosi? Ci sta tutto, competition is competition.

Succede quindi che molte fake news si annidino proprio dalle parti di coloro che si affannano a dichiarare di volerle combattere. Sempre rimanendo alla Russia, l’abbiamo visto in modo clamoroso almeno due volte, sempre a proposito del virus. La prima quando il Financial Times ha preteso di pubblicare un rapporto “segreto” (che peraltro segreto non era) di EuvsDisinfo, il sito del “ministero degli Esteri” dell’Unione Europea (diretto prima da Federica Mogherini e ora dallo spagnolo Josep Borrell) fondato nel 2015 proprio per combattere la disinformacija russa. I giornali di mezza Europa si sono buttati a pesce su quella che, visti i contenuti del cosiddetto e non firmato rapporto, che nessuno si era premurato di controllare, era a sua volta una vera operazione di disinformazione.

La seconda quando il premier inglese Boris Johnson è finito in terapia intensiva. La prima notizia era stata diffusa da Ria-Novosti, l’agenzia di stampa della Federazione russa, e i portavoce del Governo inglese l’avevano appunto definito “un’operazione di disinformazione russa”. Di nuovo, tutti i media appresso ai portavoce, salvo constatare poche ore dopo che Johnson, purtroppo, in terapia intensiva c’era finito davvero.

La storia si ripete con la presunta inchiesta del New York Times. Vladimir Putin, secondo il giornale Usa e i suoi cloni, avrebbe addirittura fatto carriera nel Kgb proprio partecipando a un’operazione di disinformazione sanitaria (l’Aids creato nel laboratorio militare americano di Fort Detrick per decimare i neri), lanciata dalle autorità sovietiche, secondo l’intelligence americana, come arma di distrazione di massa dopo aver violato un trattato sulle armi biologiche firmato nel 1972.

Sull’operazione in sé e per sé, nulla da dire. È una storia vecchia e stranota, e più di due anni fa lo stesso New York Times ha persino pubblicato sul suo sito una serie di video a essa dedicati. Ci fu, era denominata Infektion, ebbe scarso effetto, le accuse erano ovviamente inventate di sana pianta, come nel 1992 ammise anche Evgenyj Primakov, allora direttore del servizio di spionaggio estero e in seguito primo ministro.

Putin può averne approfittato? La risposta è no, per una serie di motivi. Primo: Putin non fece nessuna particolare carriera nel Kgb. Arrivò al grado di colonnello, in quella enorme struttura equivalente al rango di un quadro di medio livello in una grande azienda. Bisogna tenere presente un’altra cosa: le strutture militari sovietiche erano note per la generosità, almeno nominale, nel distribuire gradi. L’Armata Rossa era la forza armata con il maggior numero di generali al mondo, quasi uno ogni 500 soldati. Un colonnello non era niente di speciale.

Secondo: Putin, dal 1975 (quando entrò nell’accademia del Kgb di Okhta) al 1985 (quando fu mandato in Germania), lavorò sempre nel Secondo Direttorato, la sezione che si occupava di controspionaggio e sicurezza interna. Nulla a che vedere, quindi, con le aktivnye meroprijatie, cioè con le iniziative di spionaggio o propaganda all’estero.

Terzo: la prima manifestazione dell’operazione Infektion si ebbe nel luglio del 1983, quando il giornale Patriot, pubblicato in India, fece uscire la famosa fake news dell’Aids come prodotto di laboratorio. Putin, a quell’epoca, non era nemmeno colonnello e poco dopo sarebbe stato trasferito in Germania, in quello che, considerati i tempi e le abitudini sovietiche, era di certo un segno di fiducia e un salto di carriera. Fu dislocato nella città di Dresda, nella Germania Est, che non era l’ombelico del mondo e nemmeno il luogo da cui partecipare a Infektion. E lì Putin aveva incarichi di rilievo medio-scarso. Lo hanno sottolineato tutti i suoi biografi, nessuno escluso. Anche quelli più critici nei suoi confronti come, per fare un esempio, Masha Gessen, giornalista russo-americana, che descrive così il suo lavoro di allora: “Putin e i suoi colleghi erano ridotti a raccogliere ritagli di giornale, contribuendo così ad accrescere la montagna di informazioni inutili prodotta dal Kgb”. Come ebbe a scrivere Mark Galeotti, altro giornalista tutt’altro che benevolo, “un agente di serie B”. Valutazioni poi ripetute per molti anni, soprattutto a partire dal momento in cui l’oscuro ex agente divenne prima primo ministro e poi presidente della Federazione russa.

Chi volesse davvero occuparsi di Putin e delle radici della sua clamorosa carriera politica dovrebbe piuttosto concentrarsi sulla fase successiva, quella in cui, tornato in Russia e abbandonato il Kgb, Putin divenne uno dei principali collaboratori di Anatolyj Sobciak, politico anti-sovietico e ultra-democratico, co-autore della Costituzione russa del 1993, che era assistente alla facoltà di Legge cittadina quando Putin la frequentava da studente. Come mai i demokraty radicali di San Pietroburgo, che erano molto più “a sinistra” di quelli di Mosca, pensarono di cooptare, portare in alto e dotare di incarichi importanti quella modesta ex-spia sovietica?  Chi qui scrive ha dedicato parte di un libro a quei fatti (“La Russia è tornata”, Boroli Editore) ma è chiaro che c’è ancora molto da scoprire su un’alleanza (democratici radicali e uomini dei servizi segreti) e su un periodo che fu decisivo per le sorti della Russia post-sovietica.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.