Il Russian Energy Week rappresenta qualcosa di più di un semplice convegno internazionale sull’efficienza energetica. L’evento, che si svolgerà tra Mosca e San Pietroburgo, riunisce in Russia i maggiori esponenti del settore del petrolio e del gas di tutto il mondo. All’evento sono stati invitati anche rappresentanti di oltre 70 Paesi e alcuni di essi, in particolare quelli delle aree più calde del panorama internazionale, sono in Russia non soltanto per condividere con il mondo le proprie infrastrutture e le proprie risorse energetiche, ma per incontrare, in definitiva, il presidente russo Vladimir Putin e orientare in questo modo la geopolitica dei propri Stati. Due di questi rappresentanti, in particolare, come ha giustamente osservato Giuseppe Agliastro per la Stampa, non possono passare inosservati: Venezuela e Arabia Saudita. Negli ultimi giorni, infatti, il presidente russo ha incontrato prima Nicolas Maduro e poi il re saudita Salman bin Abdelaziz. La convergenza d’interessi sull’oro nero fra Russia, Venezuela e Arabia Saudita apre un fronte geopolitico interessante nel confronto fra Mosca e Washington. Perché se l’asse tra Russia e Venezuela, pur non così evidente, era sostanzialmente chiaro alla luce del confronto serrato fra Stati Uniti e regime di Maduro, che rende utile a Putin sostenere il governo venezuelano, altrettanto non era chiaro il rapporto fra Arabia Saudita e Russia, unite sul fronte petrolifero, ma in netta contrapposizione sul campo politico in Siria, in Iran e nella lotta allo Stato islamico.

La Russia può utilizzare il petrolio, e lo sta facendo, come strumento per tessere una rete diplomatica che si opponga agli Stati Uniti e, nello stesso tempo, che strappi agli Usa dei preziosi alleati. Sul fronte venezuelano, Rosneft, azienda leader del settore energetico russo, ha pagato in anticipo alla compagnia statale venezuelana il prezzo di 6 miliardi di dollari per la fornitura di petrolio. L’assegno staccato da Mosca ha, di fatto, rappresentato una boccata d’ossigeno essenziale per il governo di Maduro, che deve reggere l’embargo Usa sempre più stretto e una crisi economica e politica senza precedenti. Ogni entrata nelle casse dello Stato è, in questo momento, una necessità. Lo sa Maduro e ne è consapevole lo stesso Putin, che è uno dei pochissimi leader mondiali a sostenere il governo di Caracas nonostante la chiusura diplomatica da parte della comunità internazionale. Al petrolio, si aggiunge quindi anche un fondamentale supporto politico, che si traduce anche nel ben più concreto rapporto di compravendita di armi fra il Cremlino e il Palacio de Miraflores. In questo modo, Putin ha ottenuto quanto voleva: sostenere Maduro, rendendo impossibile che gli Usa decidono unilateralmente di farlo fuori e, dall’altro lato, ottenere importanti contratti sul fronte petrolifero.

Sul fronte saudita, la situazione è diversa. Riad è un alleato “giovane” per Mosca e anche molto complicato. Putin si muove su un campo minato, ma ha deciso di puntare tutto su questo rinnovato rapporto di fiducia con casa Saud. Secondo fonti de La Stampa, i due governi firmeranno oggi accordi per tre miliardi di dollari sul fronte energetico. A questi, si aggiungono altri contratti che riguardano le infrastrutture russe. La scelta di Mosca di avvicinarsi a Riad nasce da una duplica esigenza. Da un lato, non può prescindere dalla collaborazione saudita sul fronte del petrolio. Arabia e Russia devono collaborare per mantenere i prezzi del petrolio alti se non vogliono sprofondare nella crisi dei prezzi dell’oro nero. Dall’altro lato, avere Riad dalla propria parte significa avere un partner fondamentale per riuscire a risolvere la crisi siriana. La monarchia saudita è da anni coinvolta nella campagna dello Stato islamico in Siria e in Iraq ed ha una capacità fondamentale di orientare la crescita e lo sviluppo del fondamentalismo islamico, che si traduce, molto spesso, in terrorismo. Se Putin riesce a portare dalla sua parte Riad, significa stroncare possibili infiltrazioni wahabite in Russia – in particolare in Cecenia e Dagestan – e riuscire anche a trovare un accordo definitivo sulla pacificazione della Siria. In tutto ciò, un punto di domanda resta: l’Iran. Iran e Arabia Saudita sono sul piede di guerra da molti anni, anche se il nuovo corso saudita del principe ereditario sembra propendere per riuscire a trovare un accordo-quadro con Teheran senza giungere allo scontro. Putin non può prescindere dall’alleanza con la repubblica dell’Iran, sia perché necessaria in Siria, sia perché fondamentale sotto il profilo politico ed economico. La monarchia saudita potrebbe a questo punto chiedere semplicemente un contenimento dell’influenza iraniana sulla Siria, che è obiettivo comune con Israele, altro partner russo che Putin non vuole rendersi ostile. Il petrolio, in tutto ciò, può essere lo strumento fondamentale per giungere a questo tipo di accordo. Gli Stati Uniti osservano preoccupati. Se Riad si sposta con Mosca, la sua strategia in Medio Oriente potrebbe subire un duro colpo, sopratutto per i già forti legami tra arabi e cinesi sul fronte dell’energia.

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