Deutsche Bank è la principale mina vagante del sistema finanziario europeo. Il fallimento della fusione con Commerzbank ha riportato alla ribalta il tema della crisi del colosso di Francoforte. Fiaccato da anni di mala gestio, sottocapitalizzato e privo di una reale strategia di lungo termine.

La lunga crisi di Deutsche Bank è frutto di anni di gestioni scriteriate, di attività finanziarie rischiose portate avanti ai danni dei correntisti e di scarsa attenzione alla vigilanza sull’erogazione di prestiti e finanziamenti. Un caso per tutti gli altri esemplifica queste dinamiche. E riguarda, stando alle recenti dichiarazioni del New York Times, nientemeno che Donald Trump.

Tutti gli affari tra Trump e Deutsche Bank

Dagli Anni Novanta al 2016 Trump avrebbe intessuto uno stretto rapporto con Deutsche Bank. Quest’ultima avrebbe, infatti, concesso più volte prestiti al Tycoon newyorkese per progetti immobiliari considerati, in diversi casi, di dubbia realizzabilità e per iniziative imprenditoriali coronate, in alcuni casi dal fallimento.

La relazione tra Trump e Deutsche Bank sarebbe stata avviata nel 1998 dalla mediazione del manager Mike Offit. Questi era convinto, si legge su Repubblica, “che l’ unico modo di spiccare in un mercato saturo fosse fare prestiti più rischiosi delle banche rivali. Così, lo spericolato banchiere annuisce benevolo quando Trump gli chiede 125 milioni di dollari per restaurare un grattacielo; gliene accorda altri 300 per costruirne uno nuovo; è felice di concedergli altre montagne di soldi per un casinò ad Atlantic City”.

Quando Trump mentì a Deutsche Bank

Una relazione durata fino all’elezione di Trump alla Casa Bianca e costellata da diversi default da parte dell’immobiliarista statunitense. Con prestiti complessivi del valore di due miliardi di dollari. E Deutsche Bank, in diversi casi, fu a dir poco lassista. “L’allora immobiliarista e oggi presidente degli Stati uniti dichiarò alla banca nel 2005 un patrimonio di tre miliardi di dollari, mentre la valutazione degli esperti di Deutsche Bank  stabilì che l’uomo valeva 788 milioni di dollari”, fa notare Milano Finanza. “Nel 2010 gli esperti dell’istituto tedesco conclusero che aveva gonfiato il valore di alcuni asset fino al 70%. Nonostante le bugie venute alla luce in entrambi i casi, la banca approvò i prestiti richiesti.

Nel 2013, invece, “Trump Hotels and Casino Resorts fece default per centinaia di milioni di dollari di obbligazioni collocate da Deutsche Bank  e l’allora imprenditore sostenne che non poteva rimborsare un prestito nel 2008 a causa della crisi finanziaria, che paragonò a un disastro naturale”. Al momento dell’ascesa alla presidenza di Trump, la sua organizzazione era gravata di un debito di 340 milioni di dollari con Deutsche Bank, che il colosso di Francoforte ha preferito sospendere dopo che le elezioni presidenziali hanno portato il Presidente a separare dalla sua persona la gestione della Trump Organization.

La crisi della banca negli Usa

Nel frattempo, proprio l’amministrazione repubblicana ha accelerato con forza sulla riduzione del perimetro d’azione di Deutsche Bank negli Stati Uniti. Parte della crescente tensione economica tra Usa e Germania, l’assalto degli apparati federali a Deutsche Bank ha riguardato prima la bocciatura della sua filiale americana da parte della Fed e in seguito l’apertura di un’inchiesta da parte del Dipartimento della Giustizia sul caso Danske Bank. Potenziale detonatore per l’istituto. Trump può avere scheletri nell’armadio sotto il profilo imprenditoriale, ma la politica è un’altra cosa.

E di fronte alle mosse dell’amministrazione la banca rischia il colpo da Ko, dopo aver dovuto già pagare negli anni scorsi decine di miliardi di dollari per scandali di varia natura. Un conto reso ancora più salato dalla mancanza di criterio nella gestione ordinaria, che i rapporti avuti con il Trump imprenditore dimostrano chiaramente.

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