Israele, Russia e Stati Uniti hanno avuto due incontri segreti in Giordania e in un’ignota capitale europea prima che Washington e Mosca annunciassero la nascita delle zone di de-escalation in Siria. In questi incontri, tenuti nascosti dall’amministrazione di Netanyahu, i funzionari diplomatici e militari israeliani avrebbero espresso le loro perplessità alle altre parti dei colloqui sulla scelta di costituire queste aree cuscinetto lungo il confine tra Israele e Siria e lungo quello tra Siria e Giordania. In particolare, le proteste da parte israeliana si sarebbero concentrate sul fatto che le de-escalation zones nella parte meridionale della Siria avrebbero consentito alle forze iraniane e a Hezbollah di rafforzarsi al confine con Israele, togliendo la possibilità all’esercito dello Stato ebraico di colpire i suoi obiettivi prima che questi potessero consolidare le loro posizioni.

Secondo quanto rivelato da fonti diplomatiche e militari a quotidiano israeliano Haaretz – fonti che hanno chiesto l’assoluto anonimato -, il gruppo israeliano che ha preso parte ai colloqui comprendeva alti rappresentanti del ministero degli Esteri, del ministero della Difesa, del Mossad e delle forze di difesa dello Stato di Israele. Il team americano era guidato dai due inviati speciali del presidente Donald Trump sulla Siria: Michael Ratney e Brett McGurk. La squadra russa aveva invece come guida l’inviato del presidente Putin per la Siria, Alexander Lavrentiev.  Prima dell’incontro di Amman, assicurano le fonti diplomatiche di Haaretz, c’è stato un altro incontro, ma questa volta senza russi, tra statunitensi, israeliani e alti funzionari del regno di Giordania. Nell’incontro con gli Stati Uniti, Israele e Giordania hanno sostanzialmente fatto blocco comune riguardo ai rischi del cessate-il-fuoco nel sud della Siria. Sia per i giordani che per gli israeliani il confine siriano controllato dai russi avrebbe dato un lasciapassare generale alle forze alleate dell’Iran e di Hezbollah. Posizioni poi confermate da Israele nel meeting con russi e americani che però non ha trovato l’appoggio di Mosca, convinta al contrario della necessità della de-escalation zone in quell’area del Paese.

Il confronto fra le posizioni dei tre Stati è sembrato molto duro, perché Israele si è opposto in maniera netta mentre era chiaro che Stati e Uniti e Russia volessero già raggiungere l’accordo senza ulteriori complicazioni. Per il Cremlino e la Casa Bianca, il cessate-il-fuoco nel sud della Siria era necessario per eliminare le ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico e per far cessare il conflitto tra le forze ribelli e l’esercito regolare di Damasco. Non c’era altra strada percorribile se non quella di costituire zone di de-conflitto che garantissero un primo periodo di pace dopo anni di sanguinose battaglie. Inoltre, la Russia sapeva perfettamente che l’unico modo per fermare i raid israeliani, evitando l’innalzamento della tensione con le forze siriane, sarebbe stato quello di frapporsi con le proprie forze armate. Israele non avrebbe mai potuto attaccare la Siria rischiando di colpire le forze russe. I diplomatici israeliani, a detta delle testimonianze pervenuto al quotidiano, avrebbero chiesto anche che le forze sciite nel loro complesso fossero tenute almeno a 20 chilometri di distanza dal confine israeliano e che russi e americani facessero da tramite fra Tel Aviv e Teheran per chiedere agli iraniani di far uscire dalla Siria le forze di Hezbollah, i Pasdaran e tutte le altre milizie della galassia sciita.

Sembra evidente che, per Israele, e in particolare per il governo di Netanyahu, i colloqui di Amman e in Europa abbiano rappresentato una sconfitta diplomatica su tutta la linea. Non solo le de-escalation zones nel sud della Siria sono state confermate, ma i russi hanno preso il controllo della regione e Iran ed Hezbollah non vengono mai citati nei documenti ufficiali degli accordi come elementi fondamentali del processo di pace. I funzionari israeliani sono rimasti in particolare profondamente delusi dal fatto che in nessuna parte dell’accordo fossero citati espressamente l’Iran e le forze di Hezbollah, ma che si parlasse soltanto in modo vago e indefinito di gruppi armati che potessero destabilizzare la tregua in Siria.  Una sconfitta diplomatica che Netanyahu non ha ancora accettato, tanto che continua a chiedere garanzie alla Russia e agli Stati Uniti, cui i rappresentanti diplomatici dei rispettivi Stati hanno risposto che faranno il possibile per evitare che possa essere messa in pericolo la sicurezza di Israele. Sia Lavrov che Tillerson hanno più volte rassicurato il governo israeliano che le forze sciite non avrebbero messo a repentaglio i confini tra Siria e Israele, ma da Tel Aviv filtrano ancora indiscrezioni sulla profonda delusione riguardo l’accordo. Per il governo di Netanyahu, il conflitto siriano doveva rappresentare la messa in sicurezza del proprio confine settentrionale e una compressione del potere di Hezbollah e dell’asse sciita fra Teheran e Damasco. Al contrario, la fine della guerra contro lo Stato Islamico ha dimostrato che, se deve esserci un vero vincitore sul camp odi questa guerra, insieme a Damasco e Mosca, questo è proprio l’Iran, che ha rafforzato i suoi legami con Assad e dato prova che è in grado, sia a livello militare che economico, di sostenere un conflitto insieme ai suoi alleati libanesi.

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