Non si placano le polemiche dopo che ieri due caccia F-16 e due jet da attacco al suolo A-10 della coalizione internazionale anti-Isis a guida americana, hanno bombardato una postazione dell’esercito siriano a Deir Ezzor, provocando oltre 90 morti fra i soldati di Damasco, secondo l’ultimo bilancio pubblicato dall’Osservatorio siriano per i diritti umani.banner_occhi_cristianiNelle ore immediatamente successive all’attacco, i miliziani dell’Isis hanno preso il controllo della zona di Al Zadra, dove è avvenuto il raid, che è stata poi recuperata dall’esercito di Damasco. Mosca ha convocato una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato, senza mezzi termini la Casa Bianca, di “difendere l’Isis”. Parole, queste, che hanno suscitato una dura reazione da parte di Washington. “La Zakharova dovrebbe vergognarsi”, ha risposto la rappresentante permanente degli Usa alle Nazioni Unite, Samantha Power. “Siamo alla guida di una coalizione di 67 Paesi per distruggere questo gruppo”, ha proseguito la Power, affermando che combattere l’Isis, “che ha decapitato molti cittadini statunitensi”, per gli americani “non è un gioco”.Zakharova contro PowerMa il botta e risposta fra le due diplomatiche non si è fermato. Domenica, Maria Zakharova ha affidato al suo seguitissimo profilo Facebook, un duro attacco alla rappresentante americana all’Onu. La portavoce del ministero degli Esteri russo ha invitato la rappresentante Usa a “imparare il significato della parola vergogna”. Per capirlo “deve visitare la Siria e incontrare i siriani”, ha scritto la Zakharova. “Non quelli di al Nusra, né l’opposizione moderata, e neanche quelli che vivono in Occidente e auspicano un futuro prospero per il loro Paese. Ma le persone che vivono lì, nonostante da quasi sei anni il loro Paese sia sottoposto ad un esperimento sanguinario con il coinvolgimento attivo di Washington”. “Membri dell’opposizione, orfani, giornalisti”, continua la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca. “Perché non ci andiamo insieme?”, scrive la Zakharova. “Nessuno ti farà nulla se sei con me. A meno che i tuoi ‘per sbaglio’ non conducano un attacco in qualche posto particolare”. “Ricorderai molte cose e potrai imparare qual è il vero significato della parola vergogna”. Il post della Zakharova si conclude con una foto del presidente americano Ronald Reagan che riceve alla Casa Bianca una delegazione di mujaheddin afghani. “E riguardo le sue affermazioni sul fatto che gli Stati Uniti non sostengono chi taglia le teste dei cittadini americani, per favore guardi questa foto presa da Wikipedia”, conclude la portavoce del ministero degli Esteri russo.Gli “strani alleati” di WashingtonEra il 1983 e l’intelligence degli Stati Uniti già forniva armi e addestramento ai mujaheddin afghani contro le truppe dell’Urss, che avevano invaso l’Afghanistan nel dicembre del 1979. Da quell’idea dello stratega americano Zbigniew Brzezinski, che sfuggì di mano all’intelligence americana, si sviluppò il network di foreign fighter che esportò il terrore islamista prima nella guerra in Bosnia e nella guerra civile algerina, che fondò al Qaeda e che si ritrovò poi in Iraq, nel 2003, a combattere, stavolta, contro gli Stati Uniti. Quello che successe dopo, è storia. Anzi è attualità. E lo schema che si ripropone in Siria, a ben vedere, è sempre lo stesso. Il nemico del mio nemico è mio amico. Che si chiami al Qaeda, al Nusra, o Fateh al Sham. L’importante è vincere la guerra. E allora poco importa se in questi anni armi, soldi e addestramento, come è stato più volte evidenziato da diverse fonti, siano stati recapitati in chiave Anti-Assad, dall’Occidente e dai suoi alleati anche a gruppi poco “ortodossi”, come Ahrar al Sham, Jaish al-Islam e Jaish al Fatah. Gruppi che sono mossi dalla stessa ideologia di quelli che vengono a tagliar gole e a metter bombe in casa nostra. La dura accusa che viene mossa da Mosca agli Stati Uniti, all’indomani dell’attacco a Deir Ezzor, è quindi quella di non aver mutato la propria strategia dai tempi dell’Afghanistan. Una strategia pericolosa che finora non ha portato grandi frutti. Che l’aviazione degli Stati Uniti abbia voluto forzare la mano contro Assad, contravvenendo alla promessa fatta nel settembre 2014 in occasione della costituzione della Coalizione internazionale anti-Isis, di non colpire l’esercito siriano impegnato nella lotta contro i jihadisti, o che si sia trattato di un tragico errore, il raid a Deir Ezzor rischia di rompere la tregua e far precipitare ulteriormente la situazione in Siria. Mentre sale la tensione fra Washington e Mosca, con l’ambasciatrice Usa all’Onu che, durante la riunione del Consiglio di sicurezza, ha lasciato il proprio seggio quando l’ambasciatore russo ha preso la parola per condannare il raid.

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