“Signor presidente, siamo dispiaciuti di averla chiamata un corrottosauro con la testa a forma di zucca arancione amante del piscio russo. Parti di queste definizioni non erano accurate. Quello che è successo è stato come scendere le scale il giorno di Natale sperando di trovare una Bmx nuova di zecca, e invece trovare il cadavere di Babbo Natale bruciato perché i tuoi genitori si sono dimenticati di spegnere il fuoco”.  A parlare è Trevor Noah, presentatore del Daily Show. Il signor presidente, invece, è Donald Trump, ormai scagionato dalle accuse di collusione con i russi. Il famoso (e famigerato) Russiagate si è alla fine rivelato una balla colossale. Una bolla di sapone creata per screditare un presidente di rottura. Tant’è che ora i democratici, che non si sono ancora ripresi dalla botta del 2016, stanno cercando nuove vie per mettere nell’angolo il tycoon, chiedendo la pubblicazione integrale del rapporto di Mueller.

Eppure, la lettera inviata dal ministro della Giustizia, William Barr, ai leader delle Commissioni giustizia di Camera e Senato è chiara: “L’inchiesta del Super procuratore ha concluso che il comitato elettorale di Donald Trump e alcuno dei suoi consiglieri non abbiano cospirato o non si siano coordinati con la Russia nello sforzo di influenzare le elezioni generali del 2016”. Certo, nella stessa lettera si legge anche: “Il Super procuratore non raggiunge una conclusione, in un senso o nell’altro, quando si tratta di verificare se la condotta del presidente costituisca o no ‘ostruzione’. Il Super procuratore stabilisce che mentre questo rapporto non conclude che il presidente abbia commesso un crimine, nello stesso tempo non lo scagiona del tutto”. Innocente, quindi, fino a prova contraria. Ma pur sempre innocente, piaccia o meno.

Ma Noah non è l’unico comico ad aver chiesto “scusa” a The Donald. Stephen Colbert, per esempio, è riuscito a fare di “meglio”: “Ho detto una o due cose su Donald Trump, definendo un presidente terribile. Signor presidente, se sta guardando, e so che lo sta facendo… Mi dispiace che lei sia un presidente terribile”. E ancora: “In questo fine settimana abbiamo ricevuto notizie preoccupanti secondo le quali il nostro presidente non è una risorsa dei russi. Ma se Trump non lavora con i russi, allora che diavolo c’è di sbagliato in lui? Perché continua a dire cose carine su Vladimir Putin”. Stessa linea di Jimmy Kimmel di Abc: “Putin lo voleva lì e ha fatto quello che doveva fare. Fondamentalmente Trump è entrato nella Casa Bianca nello stesso modo in cui Lori Loughlin ha portato suo figlio alla Usc”. Il riferimento è a un presunto pagamento di 500mila dollari, fatto dall’attrice, per far ammettere la figlia nella prestigiosa università. In pratica, Putin avrebbe pagato – chi non è dato sapere – per dare una spintarella a Trump. Accuse inesistenti, come abbiamo detto.

Ma il vero punto è un altro. Trump non piace a quello che, forse un po’ troppo sbrigativamente, potremmo chiamare establishment e che tocca ogni aspetto della vita e della politica americana, in particolare i media.  Ricordate Giovanna Botteri? “Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta e unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana?”. E poi c’è il mondo dello spettacolo. Marylin Manson, per esempio, pubblicò un video in cui si vedeva un uomo, vestito come Trump, senza testa e in una pozza di sangue. E che dire di Robert De Niro? L’attore ha per esempio detto di voler tirare un pugno in faccia al tycoon. Una violenza verbale che avrebbe provocato una levata di scudi se solo il presidente fosse stato democratico.

Ma ora il risultato dell’inchiesta di Mueller ha ribaltato tutto. Ma in America c’è ancora chi non ci crede. Perché l’obiettivo, messo da parte il Russiagate, rimane sempre e comunque Trump.

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