La guerra nel Nagorno Karabakh ha riacceso nuovamente la discussione su quelle situazioni in cui minoranze etniche vivono in altri Stati. Un contesto che spesso ha dato vita a tensioni e dispute territoriali, come quelle per l’appunto che stanno coinvolgendo nel Caucaso armeni e azerbaigiani. Nel mondo sono diverse le situazioni del genere e, nel corso degli anni, si è avuto uno sviluppo in questo ambito del concetto di autonomia, intesa come un particolare regime in grado di differenziarsi dal resto di un determinato territorio nazionale. L’autonomia può servire a evitare o risolvere conflitti? Possono essere presi come esempio diverse situazioni nel Mediterraneo.

La differenza tra autonomia e “Stati de facto”

Il termine autonomia viene tirato fuori ogni qualvolta che una disputa etnico – territoriale dà vita a un conflitto. Il perché è presto detto: esiste una differenza sottile tra l’autonomia vera e propria e quella invece riguardante gli Stati a limitato riconoscimento internazionale. Si parta nuovamente dall’esempio del Nagorno Karabakh: la regione de jure è parte integrante del territorio azerbaigiano, ma di fatto dal 1994 è amministrata dalla Repubblica dell’Artsakh, non riconosciuta a livello internazionale. Questo ha alimentato un conflitto congelato da un quarto di secolo, riesploso dal 27 settembre scorso in tutta la sua violenza. L’autonomia di cui ha goduto la regione a maggioranza armena è andata a discapito, sotto il profilo giuridico, dell’integrità territoriale dell’Azerbaijan, il cui governo non ha mai rinunciato alla possibilità di riprendere il controllo di quella zona.

Situazioni del genere alle porte dell’Europa ne esistono parecchie: dalla Transinistra in Moldavia, passando per l’Ossezia del Sud e l’Abkhasia in Georgia. Contesti quindi dove le situazioni de facto non corrispondono a quelle de jure. Nell’autonomia in senso stretto invece la situazione è diversa: la regione autonoma è pienamente integrata allo Stato di appartenenza e non lede a quest’ultimo l’integrità territoriale. Si giunge cioè a un compromesso: la minoranza etnica può parlare la sua lingua e amministrare autonomamente il territorio, lo Stato centrale non perde nessuna area dal suo controllo. Il tutto in un contesto di legalità e riconoscimento internazionale.

Il modello Trentino – Sudtirol

Emblema dell’autonomia regionale all’interno di un territorio nazionale è il Trentino-Sudtirol, situato nella parte nord settentrionale d’Italia e confinante con l’Austria, Stato dal quale ha assorbito tradizioni culturali, linguistiche e socio economiche. Motivo per il quale si tratta di una Regione alla quale è stata riconosciuta una propria entità autonoma che la differenzia dal resto del territorio nazionale. Autonomia non vuol dire però staccarsi radicalmente da quelli che sono i principi generali che governano l’intero territorio nazionale, ma adeguarli alla “diversità” che caratterizza la Regione.

Quella che mette in pratica il Trentino-Sudtirol è un’autonomia rispettosa dell’integrità territoriale dell’Italia e che gode allo stesso tempo di riconoscimento e tutela internazionale. I sudtirolesi vivono quindi in un territorio de facto amministrato dall’Italia ma all’interno di una Regione autonoma, con la possibilità di parlare la lingua tedesca in primis e poi quella italiana. Il tutto dietro la regia di una garanzia internazionale. “L’esempio sudtirolese – ha dichiarato nei giorni scorsi su First Online l’ex sottosegretario agli Esteri Mario Raffaelli, un sostenitore dell’esportazione all’estero di questo modello – consiste in un’autonomia rispettosa dell’integrità territoriale del paese in questione ma dotata di un ancoraggio internazionale”. Nel contesto mediterraneo spesso, in situazioni relative ai Balcani o al nord Africa, si è parlato di modello Sudtirol come base per la risoluzione di diverse dispute.

Il caso spagnolo

La Spagna, oltre alla componente maggioritaria castigliana, ha al suo interno almeno altre tre entità nazionali: quella catalana, quella basca e quella galiziana. Per tal motivo il Paese iberico, dopo la caduta del regime franchista, ha dato vita a un importante esperimento sotto il profilo delle autonomie. In primo luogo, il territorio è suddiviso in 17 regioni e tutte costituiscono delle comunità autonome. È stata data a tali enti ampia autonomia finanziaria e gestionale. Con riferimento a quelle comunità in cui è presente un’altra entità nazionale, la costituzione del 1978 ha dato la possibilità di riconoscere come ufficiale altre lingue rispetto allo spagnolo. Nei Paesi Baschi e in Navarra è ufficiale il basco, in Catalogna, a Valencia e nelle Baleari è ufficiale il catalano, infine in Galizia è co ufficiale la lingua gallega.

Un simile modello può dirsi vincente? A distanza di 42 anni dall’entrata in vigore della nuova costituzione il bilancio è in chiaroscuro. La questione basca sembrerebbe essere stata quasi superata, vista la cessazione dell’attività terroristica dell’Eta e un indipendentismo sempre meno accentuato nei Paesi Baschi. Diverso il discorso per quanto riguarda la Catalogna, dove invece la questione indipendentista è tornata in primo piano, specie dopo le tensioni inerenti il referendum non riconosciuto da Madrid tenuto il primo ottobre 2017.

Di bilancio in chiaroscuro ha parlato anche Marco Bolognini, italiano editorialista del quotidiano spagnolo Expansión, il quale ha lodato il modello spagnolo da un punto di vista economico e meno invece sotto il profilo culturale ed educativo: “Non ha funzionato l’attribuzione alle regioni delle competenze sull’educazione – ha dichiarato Bolognini su Startmag –  In questo contesto, l’elemento disgregativo rispetto alla coesione nazionale (vedasi il caso catalano) è stato ben più forte di qualsivoglia effetto positivo”.

Il caso della Cabilia

La questione dell’autonomia è sentita anche in altri contesti del Mediterraneo. La Cabilia è una regione africana posta nel nord dell’Algeria il cui nome deriva dai cabili, una popolazione la cui storia culturale trae le radici dalle popolazioni berbere. I berberi sono i più antichi abitanti del nord Africa e mirano a tutelare le proprie tradizioni chiedendo da anni l’ufficiale riconoscimento della loro identità con il conseguente coinvolgimento in campo politico e amministrativo. Una rivendicazione chiesta soprattutto in Marocco e Algeria, Paesi nei quali gli oltre 35 milioni di berberi trovano maggiore concentrazione e vogliono salvaguardare la propria identità. Chiedono quindi il riconoscimento della loro lingua, della loro bandiera e delle attività socio culturali che li caratterizzano. Una popolazione dedita al commercio, al settore della ristorazione, nonché alla lavorazione dei gioielli in argento, ma sempre tenuta lontana dalla gestione amministrativa del territorio.

È stato con la “Primavera berbera” del 1980 che i berberi sono riusciti ad abbattere il muro costruito dal “pouvoir” algerino nei loro confronti. Da lì in poi la popolazione ha iniziato a farsi sempre più avanti nella rivendicazione della propria autonomia e originalità rispetto al contesto  dell’Algeria. Quest’ultima soltanto negli anni ’90 ha iniziato ad accogliere le richieste dei berberi ammettendo nel 1995 l’insegnamento del “Tamazight” (la lingua ufficiale dei berberi), nelle scuole di alcune regioni e, nel 2002, riconoscendola seconda lingua nazionale dell’Algeria. Quel riconoscimento è stato poi sancito nel 2016 con la trascrizione nella Carta Costituzionale. Si tratta di grandi risultati quelli raggiunti dai berberi ma il loro cammino diretto al riconoscimento dell’indipendenza non è ancora concluso.

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