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Gli idrati di gas sono solidi cristallini composti di acqua e gas: qualora siano formati da gas naturale questo è molto comunemente costituito da metano. Gli idrati di gas si trovano in un determinato intervallo di temperature e pressioni in natura cosa che li fa ritrovare solamente nel permafrost o nei margini continentali marini a profondità superiori a 300 metri, ovvero là dove vi è un’alta pressione ed una bassa temperatura.

Questa fonte di idrocarburi, al pari dei famigerati “gas shales”, viene classificata dai geologi come risorsa non convenzionale, questo perché per estrarre l’idrocarburo occorrono tecnologie “non convenzionali” rispetto ai classici metodi che vedono l’impiego degli impianti di perforazione o perché richiedono particolari metodi di “raffinazione” dello stesso.
Per fare un esempio. I “gas shales” (in italiano “scisti a gas” ma sarebbe meglio chiamarle “argille a gas” per la loro natura) vengono sfruttati tramite numerose perforazioni attraverso le quali si inietta acqua e altri composti chimici (di solito un agente colloidale ed un “proppant” che fa da impalcatura alle fratture) per fratturare idraulicamente la roccia serbatoio che li contiene (argilliti compatte e stratificate) che per la sua stessa natura ha intrappolato il gas non permettendone lo scorrimento: la fratturazione, che è una microfratturazione, permette quindi di aumentare la permeabilità della roccia serbatoio e pertanto di estrarre la risorsa.

L’idea dello sfruttamento degli idrati di metano, o dei clatrati di metano, ha cominciato ad essere presa in considerazione con l’aumentare dei prezzi delle risorse energetiche, questo appunto perché le risorse non convenzionali di idrocarburi hanno un prezzo alla produzione più elevato rispetto a quelle classiche, ma anche in considerazione del fatto che rappresentano una riserva enorme di gas: si stima che il metano contenuto globalmente negli idrati contenga più del doppio del carbonio di origine organica di tutti i combustibili fossili della Terra. Una quantità enorme.
Quindi molte nazioni, soprattutto quelle che hanno una cronica e geologica carenza di idrocarburi come il Giappone e la Corea del Sud, hanno cominciato a studiare il sistema di sfruttare questa nuova risorsa. Sfruttamento che non è affatto facile. Gli idrati di metano si trovano infatti per la maggior parte in sedimenti marini lungo le scarpate continentali ad una profondità tale che il lavoro di estrazione diventa difficoltoso di per sé; a questo va aggiunto che occorrono particolari accorgimenti tecnici per evitare che durante l’estrazione, che rasenta molto il classico metodo di “cavatura”, il fondale marino sia interessato da frane che potrebbero anche essere catastrofiche. Secondariamente la risorsa, che come dicevamo è stabile solo in un determinato intervallo di pressione e temperatura, se esposta a condizioni “ambientali” (non necessariamente di superficie) si scinde nei suoi componenti (acqua e metano) e pertanto, oltre al danno della perdita parziale della stessa che verrebbe diffusa in atmosfera, c’è il rischio della possibile diffusione di un gas serra, il metano, che ha una capacità di trattenere il calore 30 volte maggiore rispetto all’anidride carbonica.

La ricerca degli idrati di metano, però, non interessa solamente quei Paesi che praticamente non possiedono risorse convenzionali di idrocarburi, ma anche quelli che sono “affamati” di energia per la loro crescita interna o per lo stesso controllo strategico delle risorse energetiche. Uno di questi è, ovviamente, la Cina.

I primi studi cinesi sulla materia risalgono al 2001 e sono connessi ad una campagna di ricerca effettuata, guarda caso, a nord del Mar Cinese Meridionale, nella regione delle isole Pratas o Dongsha. Successivamente, nel 2003, gli studi connessi ad una seconda campagna di rilevamento oceanografico, questa volta più estesa, hanno individuato la presenza di idrati di metano in una zona geografica che va dalla Depressione di Xisha, compresa tra il Vietnam e l’Isola Hainan, sino al Bacino di Bijianan a ridosso della zona di subduzione delle Filippine. Tutte zone comprese sempre nella parte nord del Mar Cinese Meridionale, ovvero in quella parte di mare che, molto poco casualmente, è oggetto di una disputa internazionale tra Cina, Filippine, Vietnam, Taiwan e Malesia.

Un’area di possibile sfruttamento enorme che si estende per un milione e quattrocento mila km quadrati e che ha permesso di calcolare un volume stimato di gas idrato pari a 8,5×10 metri cubi equivalente a 85 mila miliardi di tonnellate di petrolio.

Questa enorme risorsa energetica, unita alle stime dell’EIA (U.S. Energy Information Administration) che parlano di 5300 miliardi di metri cubi di gas naturale in riserve convenzionali presenti nella totalità del Mar Cinese Meridionale (quantità circa pari alla totalità delle riserve europee e ad un terzo di quelle nordamericane) fanno capire perché Pechino negli ultimi anni consideri vitale l’espansione in quel tratto di mare, che è anche molto importante per il controllo delle rotte commerciali ed in chiave militare fornisce un “bastione” sicuro per la flotta dei sottomarini lanciamissili balistici grazie alla militarizzazione dell’arcipelago delle Spratly.

La Cina infatti, oltre alla cantieristica navale prettamente militare, ha dato notevole impulso alla costruzione di nuove navi per la ricerca oceanografica: a luglio ha infatti impostato i suoi primi due vascelli di questo tipo che saranno varati entro il 2019. Sino a quest’anno Pechino si era affidata alla cantieristica estera, soprattutto russa: al momento infatti il China Marine Research utilizza 17 vascelli d’altura e 15 costieri. Le due nuove navi oceanografiche, modernissime, rappresentano quindi la volontà cinese sia di diventare una potenza globale a tutti gli effetti (la ricerca oceanografica d’altura e la mappatura dei fondali sono fondamentali per la navigazione della propria flotta di sottomarini) sia di cercare nuove risorse energetiche per far fronte alla sempre più crescente domanda interna.

La prima prova di estrazione di idrati di metano è stata già effettuata nel corso di quest’anno da Pechino, che ha cavato circa 16 mila metri cubi di questa nuova risorsa dai fondali del Mar Cinese Meridionale, e si prevede che presto assisteremo ad una nuova “corsa all’oro”, o per meglio dire “al gas”, nell’area con Pechino che detterà i tempi ed i modi dello sfruttamento: in quest’ottica non ci sorprende infatti il recente accordo con Manila nel quadro dei colloqui ASEAN (Association of South-East Asian Nations) che, riportiamo testualmente dall’agenzia stampa cinese, ha visto “Le Filippine pronte a lavorare con la Cina per approfondire la cooperazione in vari campi ed esplorare nuove vie per lo sviluppo delle risorse marittime mandando un messaggio positivo al mondo che le relazioni Cina-Filippine stanno migliorando”, e non potrebbe essere altrimenti vista la situazione.

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