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La crisi coreana è una partita a scacchi fra potenze che cercano di contendersi il proprio spazio geopolitico. E dove molto spesso i ruoli non sono né netti né tanto meno certi come spesso si vuole far credere. È un grande palcoscenico in cui gli attori recitano una loro parte, ma il cui scopo, a ben vedere, in realtà è ben diverso da quello che si vuol fare credere al pubblico. Chi urla alla guerra, in realtà molto probabilmente non la vuole. Chi chiama pace, in realtà cerca di ritagliarsi un ruolo di primo piano. E anche le alleanze, che sembravano così definite prima dell’escalation, sfuggono a una visione dogmatica e superficiale che molto spesso si dà dell’estremo Oriente. In questo senso, l’incontro tra il presidente Xi Jinping e il suo omologo sudcoreano Moon Jae-in, è paradigmatico. Pechino e Seul sembrano viaggiare su binari opposti per quanto concerne la crisi della penisola coreana. Eppure, in realtà, scrostando il muro dell’appartenenza formale a blocchi distinti, i due Stati hanno interessi comuni molto più importanti del farsi la guerra e di porsi su barricate opposte per ciò che concerne il destino di Pyongyang. Ed è anche dalla convergenza tra questi due Stati che passa il destino dell’East Asia.

Corea del Sud e Cina stanno lentamente risolvendo i loro problemi. Sono potenze commerciali rivali, ed è chiaro che a Seul sono perfettamente consapevoli che l’interesse di Pechino sia togliere quote di mercato alla potenza commerciale sudcoreana, come altrettanto vuole fare Seul con il commercio cinese. Ma è anche verso che la guerra economica fra i due Stati, almeno in questa fase, lede i rispettivi interessi più di quanti sono i vantaggi. La Corea del Sud ha perso milioni di turisti e ha visto chiudere molte filiali delle proprie aziende in territorio cinese. La Cina ha potuto sopperire per ora al declino dei traffici con i sudcoreani, ma è anche vero che non le conviene né perdere un mercato ricco e tecnologicamente avanzato come quello di Seul, né inimicarsi un Paese che ha dalla sua l’ombrello americano. In questo difficile equilibrio fra interessi convergenti e divergenti, la Corea del Nord è un problema non di poco conto. Ma entrambi gli Stati sanno, per motivi diversi, che la guerra è lo scenario da evitare.

Con questa convinzione, il vertice fra Moon e Xi potrebbe rivelarsi estremamente importante. Da mesi i due governi si studiano e si incontrano e hanno raggiunto accordi soprattutto per quanto riguarda il Thaad, vera e propria pietra dello scandalo nei rapporti fra i due Paesi. La Cina considera il Thaad una minaccia alla sicurezza nazionale, non tanto per il sistema in sé, quanto per il radar installato che, secondo Pechino, serve agli Stati Uniti per tenere sotto osservazione il territorio cinese. La Corea del Sud considera il Thaad una necessità per difendersi da un eventuale attacco nordcoreano, ma non considera questo sistema missilistico come un bene per la propria strategia politica. E a conferma di questo, non va dimenticato che il governo di Seul ha evitato l’incremento del Thaad nel proprio Paese e si è rifiutata di entrare in un’alleanza trilaterale con Giappone e Stati Uniti. E in generale, il governo sudcoreano, ha sempre cercato di evitare frizioni con la Cina, considerando anche scomode le prese di posizione del presidente Trump che, provocando Kim, rischia di mettere a repentaglio la sicurezza dei sudcoreani, trasformando la Corea del Sud in un campo di battaglia. Se quindi la Corea del Nord è diventata sempre più insofferente nei confronti della Cina, a sud del 38esimo parallelo, l’altra Corea non è così soddisfatta di questo asfissiante, quanto necessario, ombrello americano. E questa curiosa inversione dei ruoli rischia per assurdo di trasformare Pyongyang in un alleato della strategia Usa di militarizzare la penisola coreana, mentre Seul potrebbe trasformarsi in un prezioso collaboratore della Cina per evitare che gli Usa continuino a duellare con il regime nordcoreano destabilizzando l’area.

A margine dell’incontro di Pechino, Moon ha detto che la visita potrà “solidificare le fondamenta di una nuova era nelle relazioni tra i due Paesi”. Xi Jinping, dal canto suo, ha affermato che “Cina e Corea del Sud hanno importanti interessi comuni nel mantenere la pace e la stabilità nella penisola coreana”. L’accordo tra i due Paesi per una road-map condivisa sulla crisi coreana può essere effettivamente la chiave per scardinare la crisi. Seul potrebbe evitare in futuro nuove esercitazioni militari che Pyongyang considera una minaccia, e potrebbe evitare anche ulteriori rinforzi americani nel Paese. La Cina, in tutto questo, potrebbe riavviare il commercio con la Cina e inserire gradualmente la Corea del Sud nei progetti del One Belt One Road. Prospettiva che, in realtà, al di là dell’oceano Pacifico non sembrano interessati a vedere avverata. Se Pechino e Seul si riavvicinano e trovano una strategia unitaria sulla Corea del Nord, il motivo della permanenza Usa nel Paese sarebbe sostanzialmente rimosso. Ma forse è soltanto da un accordo fra Corea del Sud e Cina che potrà passare la pace nella penisola coreana.

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