Il 22 gennaio scorso il presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’arrivo della zona rosso scuro che implica maggiori restrizioni in tutta Europa. Un ulteriore strumento di difesa contro il dilagare del coronavirus. Perché si sta parlando solo adesso a questo tipo di misura? Se questi provvedimenti fossero stati presi prima, oggi la situazione sarebbe stata migliore?

Il rosso scuro cambia il contesto europeo

Contagi e decessi in aumento con numeri che fanno contare nuovi record in tutta Europa. Il virus corre e anche veloce con conseguenze che spesso sfuggono da ogni controllo. E allora ecco che da Bruxelles è arrivata la proposta di introdurre una nuova zona, quella rosso scuro. Un altro paletto alla libertà personale che dovrebbe contribuire a creare un ostacolo alla diffusione del Covid-19. Il colore intenso del rosso ha la funzione di indicare che nella zona in cui trova applicazione la circolazione del virus è molto elevata. Per cui chi vuol mettersi in viaggio verso un Paese europeo partendo dalla zona rosso scuro dovrà sottoporsi a un test prima della partenza ed alla quarantena, una volta arrivato nella Città prescelta. Unitamente alla proposta di introdurre la “nuova zona”, non manca la raccomandazione di rinviare a periodi migliori i viaggi non urgenti sia all’interno del Paese che attraverso le frontiere.

Quelle annunciate dal presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen,  sono delle misure inaspettate che fanno venir meno in qualche modo il diritto alla libertà di circolare e soggiornare nel territorio europeo ai cittadini dell’Unione Europea. Un provvedimento che va a modificare temporaneamente uno dei principi cardine del trattato di Lisbona. Tutto quello che fino ad oggi era certezza adesso non lo è più. Il coronavirus ha preso in mano la vita di tutti imponendo, almeno fino ad ora, un nuovo stile di vita al quale nessuno avrebbe mai pensato.

In Australia salta anche il Gran Premio

Le restrizioni di cui si parla adesso all’interno delle sedi comunitarie, sono arrivate in ritardo rispetto all’evoluzione del quadro epidemico in Europa? Per rispondere a questa domanda, occorre qualche paragone con quanto sta avvenendo da altre parti nel mondo. Si prenda come esempio l’attuale situazione in Australia. Secondo i dati del locale ministero della Sanità aggiornati al 27 gennaio, in tutto il territorio australiano ci sono 109 persone attualmente positive, di queste 29 ospedalizzate. Dall’inizio dell’epidemia, l’Australia ha registrato poco meno di 30.000 contagi, l’Italia soltanto il 13 novembre (picco della seconda ondata) ne ha contati oltre 40.000.

Il fatto che l’Australia sia un’isola e abbia una modesta densità abitativa, con la popolazione concentrata grossomodo soltanto in 5/6 grandi aree urbane, non basta a giustificare così bassi livelli di contagio. Il vero perno della sua strategia è dato dalla scelta delle autorità, sia federali che dei singoli Stati, di blindare i confini. Ne sanno qualcosa gli organizzatori del “circus” della Formula Uno. A Melbourne il 21 marzo doveva tenersi il primo Gran Premio della stagione, ma il governo non ha voluto fare eccezioni: anche meccanici, piloti, giornalisti e addetti ai lavori, se volevano entrare in Australia, dovevano passare da un periodo di quarantena obbligatoria di 14 giorni. Una proposta non attuabile a livello logistico, da qui il rinvio della gara a novembre, quando forse la pandemia nel mondo avrà numeri meno allarmanti.

L’altro grande evento sportivo che coinvolge Melbourne a inizio anno, ossia il torneo “Australian Open” di tennis, si svolgerà regolarmente a febbraio. Ma soltanto perché atleti e accompagnatori hanno accettato di stare in quarantena preventiva e vivere confinati in una sorta di “bolla” anti Covid. In poche parole, come sottolineato da Federico Giuliani su InsideOver, la strategia australiana volta a “sopprimere” e non ad eliminare la presenza del virus ha nelle limitazioni degli spostamenti esterni ed interni un nodo fondamentale. L’intenzione del governo è chiara: fino a quando ci sarà la pandemia, si potrà entrare in Australia solo a certe condizioni. Costi quel che costi.

Quell’Europa “miope” che ha spinto per riaprire da subito i confini

Nel Vecchio Continente è andato tutto diversamente. La commissione europea, non appena a maggio le curve epidemiche hanno iniziato a scendere, ha premuto per ristabilire la libertà di circolazione e movimento tra i Paesi membri. Il 15 gennaio i confini sono stati definitivamente riaperti. Da quel momento in poi, ogni governo si è mosso in autonomia. In alcuni Stati sono state introdotte “black list”, in altri limitazioni per Paesi considerati a rischio. Ma nel complesso, si è potuto circolare tra le varie nazioni europee senza particolari problemi. E chi ad esempio dall’Italia voleva andare in vacanza a Malta o in Spagna, lo ha potuto regolarmente fare.

L’orientamento in Europa è stato diretto verso la salvaguardia dei principi di libertà di spostamento di mezzi e persone. Una circostanza che si è forse rivelata fatale poi nel momento in cui, tra agosto e settembre, iniziavano ad esserci gravi avvisaglie sulla comparsa di una seconda ondata. I controlli aeroportuali non sono evidentemente bastati. In Europa milioni di cittadini hanno continuato a spostarsi da un territorio a un altro e ad arrivare senza grosse restrizioni anche da nazioni extra comunitarie. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

La zona rosso scuro: “un metodo valido”

Che la zona rosso scuro sia uno strumento opportuno per frenare la corsa del virus nell’ambito dei Paesi dell’Unione Europea ne è convinto anche il professore Antonio Cascio, primario del reparto Malattie Infettive del policlinico di Palermo: “Mi trovo d’accordo con le dichiarazioni del Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen- dichiara il professore su InsideOver– Alle persone che viaggiano da tali zone potrebbe essere richiesto di fare un test prima della partenza e di sottoporsi alla quarantena dopo l’arrivo. Tutti i viaggi non essenziali dovrebbero essere fortemente scoraggiati sia all’interno del Paese che, naturalmente, in quei  Paesi dove si stanno diffondendo le nuovi varianti“.

“Il motivo- prosegue Cascio- è quello di contrastare la diffusione delle nuove varianti di SARS-CoV-2 che stanno circolando nel mondo. Ricordiamo che nell’autunno del 2020 sono emerse diverse nuove varianti”. L’evoluzione del virus ha dei potenziali effetti che non sono da sottovalutare. Il primario del reparto di malattie infettive del Policlinico palermitano indica tra le conseguenze: “La capacità di diffondersi più rapidamente nelle persone, la capacità di causare malattie più lievi o più gravi, la capacità di eludere il rilevamento da specifici test diagnostici, la diminuzione della suscettibilità agli agenti terapeutici come gli anticorpi monoclonali e la capacità di eludere l’immunità naturale o indotta dal vaccino.  Tra queste possibilità-spiega il professore- l’ultima  viene considerata la più preoccupante perché una volta vaccinata un’ampia percentuale della popolazione, ci sarà una pressione immunitaria che potrebbe favorire e accelerare l’emergenza di tali varianti, i cosiddetti ‘escape mutants’.  Non ci sono prove comunque che ciò stia accadendo e tale evenienza è considerata da tanti esperti poco probabile”.

Importanti quindi le misure restrittive sui viaggi e sugli spostamenti, ma resta un fatto: forse l’Europa, contrariamente ad altre parti del mondo, si è mossa in colpevole ritardo.

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