La questione curda è riuscita, almeno in apparenza, a creare in qualche modo un’inedita convergenza di interessi tra due governi, quali quello di Damasco ed Ankara, da sempre profondamente divergenti su ogni fronte; quando nel 2011 la Siria iniziava ad essere attraversata da quella che, nei libri di storia, è passata in archivio come Primavera araba, la Turchia di Erdogan non ha esitato a finanziare cellule jihadiste in grado di attaccare l’esercito fedele al presidente Assad. Dall’altro lato, come si legge sul The Independent, nonostante qualche iniziale scaramuccia e con tutto che tra i curdi ed il governo di Damasco non è mai corso buon sangue, tra il 2011 ed il 2013 lo stesso Assad ha lasciato alle milizie curde l’onere di frenare le avanzate jihadiste; questo ha permesso di liberare diversi uomini di un esercito attaccato su più fronti e che già, a partire dal 2012, ha iniziato a perdere mezzi e controllo del territorio.

Il ribaltamento della scena

Ma, come capita spesso nelle questioni mediorientali, fronti e scenari sono destinati rapidamente a ribaltarsi; quando nel 2015 la Russia è intervenuta nel conflitto, mettendo uomini e mezzi al fianco del presidente Assad, i curdi sono diventati pedine molto vicine agli USA: Washington ha addestrato le cosiddette ‘SDF’ (Syrian Democratic Force), composte in maggioranza dai curdi ma con all’interno anche una componente araba, non esente da passati jihadisti. L’SDF ha quindi conquistato vaste aree del paese, specie ad est dell’Eufrate; molte aree a maggioranza araba sono cadute, durante la lotta al califfato islamico, nelle mani delle milizie file curde e questo ha creato diversi ordini di problemi tanto alla Turchia quanto alla Siria. Da Ankara, la sola idea di vedere una vasta ed estesa regione autonoma curda attaccata ai propri confini meridionali appare come vero e proprio spauracchio; secondo Erdogan, le milizie YPG (le prime a formarsi, nel fronte curdo, in funzione anti jihadista) nulla hanno di diverso rispetto al PKK, formazione considerata terrorista dal governo turco e contro la quale da anni vengono mosse diverse operazioni militari e di Polizia.

Il timore di Ankara è che una regione autonoma curda nel nord della Siria, possa fungere da vera e propria testa di ponte per future implementazioni delle azioni del PKK; dunque, ecco il senso della missione denominata ‘Ramoscello d’Ulivo’ partita nella giornata di sabato: prima ad Afrin e poi a Manbji, la regione curda venutasi a creare tra la provincia di Aleppo e l’Eufrate va smantellata. Ma anche Damasco, di certo, non vede di buon occhio la formazione di una zona autonoma curda nel nord del paese; ad irritare Assad, è stata soprattutto l’avanzata delle milizie SDF nella provincia di Raqqa e ad est dell’Eufrate, lì dove la popolazione è prettamente araba e, soprattutto, lì dove i bacini petroliferi a ridosso del confine iracheno sarebbero ossigeno per la dissanguata economia siriana. Da qui, l’inedita convergenza di interessi: né turchi e né siriani valutano positivamente la formazione di una regione curda, anche se tra Damasco ed Ankara ufficialmente non vi sono rapporti diretti, l’avvicinamento tra Erdogan e Putin appare con un palese simbolo dell’inedita corrispondenza di obiettivi tra i due governi.

Cosa aspettarsi dagli Usa?

Se Turchia e Siria sembrano orientate verso il medesimo risultato, quello cioè di stroncare sul nascere la formazione di un’entità autonoma curda, che ne sarà di quelle milizie armate e finanziate da Washington dilagate nella parte orientale del paese? Lo scorso 13 gennaio, il governo USA ha annunciato l’addestramento di una forza di trentamila uomini da porre a protezione dei confini siriani nei territori in mano all’SDF; è stato forse questo a generare, in seno al governo di Erdogan, la decisione di accelerare sul via alle operazioni contro il cantone curdo di Afrin: adesso in tanti si chiedono che fine farà questa nuova forza e, al contempo, come si muoveranno gli Stati Uniti dinnanzi alle azioni della Turchia la quale, è sempre bene ribadirlo, è all’interno della NATO. Secondo Robert Fisk, corrispondente del The Independent, la nuova forza annunciata da Washington sarà operativa fino a quando non sarà utile per gli americani: “Quando gli USA avranno la loro contropartita – si legge – lasceranno SDF e questa nuova forza in balia di Siria e Turchia”.

Un destino ‘segnato’, in qualche modo: né Assad e né Erdogan potrebbero mai accettare un’entità autonoma e vasta gestita dai curdi nel nord della Siria; Damasco ed Ankara non saranno (al contempo) mai governi amici, pur tuttavia la questione curda ed il comune obiettivo che si sta perseguendo in questa regione del paese farà sì che tra le due sponde possa esserci un rapporto di reciproca utilità. All’irritazione ufficialmente mostrata dal governo di Assad per l’irruzione turca ad Afrin, non ha fatto seguito una deliberata azione sul campo volta a frenare le velleità delle truppe di Ankara; un segno, ulteriore, degli attuali equilibri che vigono tra Siria e Turchia.

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