Tra Abu Dhabi e Dubai c’è una sottile ma importante differenza, che simbolicamente e non solo può aver riflessi anche sulla Libia. L’Italia vanta ottimi rapporti con gli Emirati Arabi Uniti: il Paese affacciato sul golfo viene visitato di recente sia dal premier Conte che dal vice Luigi Di Maio. Commesse energetiche, con l’Eni in prima fila, al pari di intensi scambi commerciali in vari settori economici, in effetti tra i due Paesi vi sono importanti contingenze. Ma è a livello politico che occorre rivedere la posizione.

Andare ad Abu Dhabi prima ancora che a Dubai

Gli Emirati Arabi Uniti, come i vicini regionali della penisola arabica, devono le loro fortune al petrolio ed alle riserve energetiche nascoste nel sottosuolo. Dubai è il simbolo della crescita economica del Paese: una città che fino a pochi anni fa è poco più che un villaggio di pescatori, adesso è una sorta di “New York” araba, costellata di grattacieli ed opere faraoniche ben presenti nell’immaginario collettivo occidentale. Al di là della circostanza che vede Dubai prima testimone anche della veridicità del detto secondo cui non è tutto oro quel che luccica, con la metropoli (e l’emirato di cui è capoluogo) che vede l’insorgere di non poche difficoltà sociali e noie finanziarie, di sicuro l’immagine proiettata all’estero è frutto del ben riuscito lavoro mediatico e di “soft power” architettato dagli emiratini.

Tra i grattacieli di Dubai è presente, come anticipato sopra, nei giorni scorsi anche il vice premier e ministro dello sviluppo economico, Luigi Di Maio. Assieme ad una folta delegazione di imprenditori firma importanti contratti economici e certifica gli ottimi rapporti con gli Emirati. Ma Dubai non è la capitale. E qui entra in scena il dossier libico. Per anni l’Italia, ma l’occidente in generale, appare attratto dalle luci dei grattacieli affacciati sul golfo, sapendo che i petrodollari possono rappresentare importanti occasioni di scambi commerciali per aziende pubbliche ed attori privati. Ma si omette di valutare il ruolo degli emiratini sotto il profilo politico: ad Abu Dhabi, capitale e centro politico – economico del principale dei sette emirati che compongono la federazione, non c’è soltanto la sede di Etihad o di altre grosse aziende i cui marchi oramai sono famosi in Italia ed in Europa.

Qui c’è anche lo stesso palazzo reale da cui dipendono sempre più le sorti dei tanti e delicati dossier del medio oriente. È qui che risiede Mohammed Bin Zayed, principe ereditario ma vero leader del Paese impegnato su vari fronti: Siria, Yemen, embargo al Qatar e, per quel che ci riguarda, la Libia. Occorre iniziare seriamente a valutare una strategia volta a capitalizzare anche politicamente i rapporti al momento che hanno natura solo economica.

Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti in Libia

Abu Dhabi già da anni risulta attivamente impegnata nel sostegno ad Haftar. Armi, munizioni e soldi arrivano nelle casse dell’esercito guidato dal generale della Cirenaica già agli albori della cosiddetta “Operazione Dignità”, lanciata nel 2014 dallo stesso Haftar contro la presenza delle sigle islamiste nell’est della Libia. Attualmente gli Emirati appoggiano il numero uno del Libyan National Army nel suo tentativo di entrare a Tripoli ma, più in generale, gli emiratini appaiono avere un ruolo sempre più determinante nel Paese nordafricano. Proprio ad Abu Dhabi si tiene, lo scorso 27 febbraio, l’ultimo faccia a faccia tra Haftar ed Al Sarraj prima dello scoppio della guerra a Tripoli.

Parlare con i vertici politici e diplomatici di Abu Dhabi per l’Italia, che aspira ad essere l’unico attore in campo a poter avere un dialogo con tutte le parti in causa, appare fondamentale. Gli equilibri sulle sorti del medio oriente sembrano avere sempre più baricentro nella penisola arabica, la Libia non solo non fa eccezione ma rappresenta un importante esempio di tale circostanza. A Roma nei giorni scorsi arriva il ministro degli esteri del Qatar, che sostiene Al Sarraj, così come alla Farnesina a fine aprile vi è una visita di una delegazione diplomatica emiratina. Primi passi, che adesso potrebbero essere implementati: visto lo stallo militare lungo il fronte di Tripoli, soltanto parlando con gli sponsor del golfo degli attori libici è possibile per il nostro Paese incidere realmente nella crisi che attanaglia il Paese a noi dirimpettaio.

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