Al netto dell’insediamento della commissione richiesta a Tripoli per le modifiche al memorandum, al netto delle modifiche che realmente verranno poste in essere, non sono poche le valutazioni di natura politica e pratica inerenti le ultime mosse lungo l’asse Italia – Libia. A partire proprio dalle trattative che verranno intraprese tra i due governi, al momento appese al sottile filo della richiesta verbale inviata dall’esecutivo di Giuseppe Conte alla controparte nordafricana.

Il vero nodo della questione

L’annuncio, arrivato nel giorno in cui è scattato l’automatismo del rinnovo triennale del memorandum con la Libia, di una commissione per le modifiche all’accordo stretto dal governo Gentiloni con Al Sarraj, ha rappresentato l’ennesimo delicato e fragile compromesso politico all’interno dell’attuale maggioranza. Fallito il tentativo da parte della sinistra del Pd e di LeU di bloccare del tutto il rinnovo, la pressione mediatica e politica sia dei parlamentari interessati che di associazioni ed Ong ha sortito l’effetto di aprire almeno un varco. Luigi Di Maio, nella doppia veste di capo politico del M5S e di ministro degli esteri, assieme al premier Conte ha marciato per un silente rinnovo fino a quando però i due non hanno dovuto concedere qualcosa alla parte più contraria al memorandum della loro coalizione.

Secondo i detrattori delle intese con Tripoli, la vera questione è rappresentata dalle condizioni all’interno dei campi allestiti in Libia per i migranti. Una posizione che a livello politico ha visto una comune presa di posizione, come detto, della parte più a sinistra del Pd e dei rappresentanti delle Ong. Impossibile, secondo soprattutto questi ultimi, poter dare soldi e fare accordi con una Guardia Costiera, quale quella libica, tacciata di non rispettare i diritti umani. Ecco perché nei giorni scorsi il governo Conte, come fatto trapelare da Repubblica.it, ha pensato ad un piano volto a far gestire dall’Ue e dalle Nazioni Unite i campi profughi in Libia. Hotspot da impiantare direttamente a Tripoli e da finanziare con parte dei fondi destinati a Frontex, il progetto prevedeva grossomodo questi elementi. Ma subito si è capito che quel piano era palesemente velleitario, tanto più che la stessa Ue lo ha subito sonoramente bocciato.

Dunque, l’unica strada che Giuseppe Conte e Di Maio potevano prendere era proprio quella di una richiesta di modifica del memorandum a Tripoli, facendo insediare una commissione congiunta volta a valutare le nuove proposte. Non che però, nonostante si parli a sinistra di prima vittoria politica, questo tentativo non appaia meno velleitario: è da verificare, già nelle prossime settimane, la reale intenzione dei due governi di sedersi attorno ad un tavolo e di mettere mano ad un delicato memorandum.

Tripoli pronta a giocare a rialzo

Dalla capitale libica non sono arrivate chiusure: in diverse note, il governo guidato da Fayez Al Sarraj ha mostrato un’insolita calma nel recepire le richieste (verbali) giunte da Roma. Anzi, i libici hanno fatto sapere di voler prima guardare le richieste (una volta però messe per iscritto) e poi esprimere giudizi “in base agli interessi nazionali della Libia”. Quest’ultimo passaggio, tradotto dal politichese, potrebbe voler dire una cosa sola: avere più soldi da Roma. Il governo di Al Sarraj infatti, se l’Italia farà presente le condizioni attuali dei campi profughi, potrebbe sottolineare il fatto di non avere denaro e mezzi sufficienti per garantire situazioni accettabili ai migranti da un punto di vista umano. Più volte lo stesso Al Sarraj in passato ha sottolineato che il suo paese, in guerra e con pochi fondi, non può permettersi di gestire a lungo l’accoglienza dei profughi. Questo è stato anche uno dei motivi per i quali il governo libico anche di recente ha minacciato la chiusura di tutti i campi.

L’atteggiamento attendista di Tripoli potrebbe essere giustificato dal fatto di aver già pronta una nuova lista della spesa da sottoporre alle autorità italiane. Più soldi e più mezzi, in grado di rendere ancora più oneroso per l’Italia un accordo che già oggi prevede un esborso non indifferente. Ma, come sottolineato da Gian Micalessin, per Roma il memorandum è imprescindibile. Il rischio è quello di tornare ad avere numeri da emergenza, come quelli del 2017 ed in special modo dei mesi in cui Minniti e Gentiloni hanno sottoscritto le intese. Di questo i libici ne sono pienamente consapevoli e sono pronti a battere ancora di nuovo cassa.

Il compromesso politico e la breccia aperta sulla vicenda legata al memorandum, all’Italia potrebbe costare un maggiore esborso. Con garanzie sull’effettivo miglioramento delle condizioni dei profughi tutte da verificare.

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