L’uccisione di Jamal Khashoggi sarebbe solamente la punta dell’iceberg. Secondo quanto riportato dal New York Times di oggi, infatti, il principe saudita Mohammad bin Salman avrebbe a disposizione un vero e proprio “squadrone della morte”, chiamato “Gruppo di intervento rapido”, per mettere a tacere i dissidenti con torture, omicidi e interrogatori.

Contrariamente a quanto scritto dal Dipartimento di Stato americano – che nel suo ultimo rapporto ha discolpato Bin Salman dall’omicidio di Khashoggi – in più di un’occasione il Gruppo di intervento rapido avrebbe rapito alcuni dissidenti sauditi per condurli in alcuni palazzi reali e infine interrogarli. Tra questi anche un docente universitario di linguistica che curava un blog sulla condizione femminile in Arabia Saudita. Le operazioni del gruppo, secondo quanto riportato dal New York Times, sarebbero iniziate nel 2017. Per questo, molti ritengono che l’omicidio Khashoggi rappresenti solamente una parte di un piano più ampio.

Del resto, si era capito fin da subito di che pasta fosse fatto il principe saudita, molto spesso osannato sia in patria che all’estero. Il 22 novembre del 2017, il primo ministro Saad Hariri vola a Riad. Un viaggio normale per lui che, nel complesso mosaico libanese, ha il compito di mantenere i rapporti con i sauditi. Ma in poco tempo tutto cambia: il premier si dimette con un video pubblico molto controverso e sale la tensione tra i due Paesi. A Beirut nessuno si fida di Mohammad bin Salman, anche perché, alcuni giorni prima, il principe aveva fatto arrestare alcuni dei principali membri della casa reale per “corruzione” e li aveva fatti rinchiudere nell’hotel Ritz, dove avrebbero subito violenze psicologiche e fisiche.

In quell’occasione appare dunque evidente al mondo intero che il principe “illuminato” è un po’ più dispotico del previsto. Certo, le aperture ci sono. Le donne possono finalmente guidare, per esempio. Ma di fatto tutto resta com’è. Le promesse di un cambiamento e l’apertura a maggiori libertà rimangono lettera morta. Anzi: secondo la ricostruzione fornita dal New York Times, i crimini più efferati contro i dissidenti si sarebbero avuti proprio in seguito all’avvento di Bin Salman.

L’organigramma del gruppo ricalca quello dei più importanti vertici della casa reale. Dopo esser stato autorizzato dal principe, lo squadrone della morte sarebbe controllato da Saud al Qahtani, Maher Abdulaziz Mutreb e Thaar Ghaleb al-Harbi. Questi ultimi due, in particolare, avrebbero avuto un ruolo nell’omicidio Khashoggi.

Bin Salman in bilico

Il principe saudita sa che per governare un Paese difficile come il suo è necessario un apparato di sicurezza forte e che le voci critiche devono esser messe a tacere. Per questo avrebbe creato il Gruppo di intervento rapido. Ma non solo. Secondo quanto riportato da diversi media, infatti, Bin Salman sarebbe ai ferri corti con il padre.

Per questo deve rinforzare sempre di più la propria posizione. Anche se, come ha notato  Neil Quilliam, è “improbabile” che Bin Salman possa remare contro il padre, “dato che rimane dipendente dal suo sostegno come punto di legittimità”.

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