Nell’opinione pubblica ed accademica inglesi si sta progressivamente diffondendo l’idea che durante la campagna per la Brexit siano stati commessi una serie di reati dai suoi fautori. 

Queste dichiarazioni sono state esplicitate direttamente dal Queen Counsel, i consiglieri giuridici della Regina, generalmente avvocati o giudici di spicco, che hanno cominciato ad indagare sulle azioni di molte figure di spicco del gabinetto del primo ministro Theresa May, nonché nello staff di Downing Street. 

Helen Mountfield e Clare Montgomery, due di questi “barrister” associati alla law firm Matrix Chambers, hanno concluso che, “prima facie“, sarebbero stati commessi una serie di reati durante la campagna referendaria a favore del “Leave“.

Secondo i barrister reali, dunque, sarebbe necessaria un’indagine urgente per determinare se il caso debba essere riferito al Crown Prosecution Service. Dopo aver esaminato un “significativo corpus  di nuove prove informative”, che include la testimonianza di tre individui con una conoscenza approfondita della campagna del voto per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, l’opinione legale del QC è che “ci sarebbero prospettive realistiche di condanna” in relazione alle affermazioni rivelate nell’Observer che i sostenitori del “Leave” potrebbero aver infranto le regole di spesa del referendum durante la campagna referendaria dell’UE.

Il QC ha affermato che, in base ai documenti e ai file che hanno visionato i legali e che sono stati inviati alla Commissione elettorale, ci sono “solidi presupposti” per cui si possa accusare i “Leave” di aver speso oltre il budget consentito, avendo incanalato denaro attraverso un’altra campagna coordinata. Questo, se si dimostrasse vero, equivarrebbe ad una violazione della legge elettorale.

I sostenitori della Brexit, i cui membri principali includono Boris Johnson e Michael Gove, negano fortemente qualsiasi coordinamento con un altro gruppo di campagne durante il referendum.

La nuova prova, secondo il documento di 50 pagine che esamina i pagamenti effettuati dai Leavers durante il referendum dell’UE, è “altamente significativa perché modifica sostanzialmente il quadro probatorio” rispetto al materiale precedentemente esaminato dalla Commissione elettorale.

Il documento afferma che la Commissione elettorale deve usare i suoi poteri per indagare sui membri della campagna e che “a nostro parere, le estese basi di sospetto per la commissione di reati ai sensi del PPERA (Legge sui Partiti politici, elezioni e referendum del 2000) sono sufficientemente forti, e i potenziali reati sufficientemente gravi, così che ci siano buone ragioni per l’esercizio da parte della commissione dei suoi poteri investigativi“.

Mountfield, Montgomery e un terzo barrister di Matrix Chambers, Ben Silverstone, hanno anche esaminato le prove in relazione agli apparenti tentativi di distruggere le stesse in relazione alla cancellazione dei nomi di nomi illustri tra i votanti del “Leave” da un drive condiviso con un’organizzazione di campagne referendarie chiamata “BeLeave“. Il QC ha concluso che il materiale “giustifica ulteriori indagini al fine di stabilire se vi sia il ragionevole sospetto che sia stato commesso il reato di aver intralciato il corso della giustizia“.

La commissione elettorale ha già “valutato” il problema due volte e si è espresso a favore del Leave in entrambe le occasioni. Tuttavia, una revisione giudiziaria avviata dal Good Law Project nel mese di novembre ha portato la commissione a riaprire un’inchiesta sulla donazione e deve ancora riferire le sue conclusioni.

Gli europeisti non si arrendono, dunque, neanche di fronte al voto popolare, cercando per la terza volta di portare in tribunale i sostenitori della Brexit, senza analizzare le basi sociali della questione. In passato, alcuni erano arrivati a sostenere che il referendum fosse stato volutamente fissato il 23 giugno del 2016 poiché molte migliaia di giovani, istruiti e filo-europeisti, fossero coinvolti in un grande festival musicale che li ha tenuti lontani dai seggi. 

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